Pagina:Specchio di vera penitenza.djvu/104

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76 distinzione quarta. - cap. i.

sto continuo dolore, l’umana mente verrebbe meno, e none1 potrebbe sofferire: se non che la divina bontade mitiga e tempera questo dolore con una dolcezza e con una consolazione ch’egli dà alla mente che si duole del peccato, la quale dolendosi, le ne giova, e dilettasi di dolersi; e nasce nell’anima una fidanza e una sicurtà di certa speranza d’avere la misericordia e la grazia di Dio, la quale molto conforta e contenta l’anima. E questo pare che volesse dire il santo Salmista, quando disse: Fuerunt mihi lacrymoe meoe panes die ac nocte: Le mie lagrime mi furono pani il dì e la notte; dove vuol dire che si pascea del continovo dolore e del pianto suo dilettevolmente, come fa l’uomo del pane. La qual cosa in un altro luogo più chiaramente disse: Cibabis nos pane lacrymarum: Tu, Signore Iddio, ci pascerai di pane di lagrime. Sopra la quale parola dice san Gregorio, che l’anima si pasce del suo pianto e del suo dolore. E in uno altro luogo dice: Poi che la ruggine del peccato è purgata, nasce nell’anima una fidanza, per la quale certamente spera, dopo il pianto e ’l dolore, di ricevere misericordia e perdonanza; donde l’anima se ne diletta e pasce. La terza condizione che dee avere questo dolore, si è che dee essere eccessivo; cioè a dire, che dee essere grandissimo, in tanto che dee avanzare ogni altro dolore che s’abbia o avere si debbia, di qualunche cosa temporale o corporale. Ed è la ragione, che con ciò sia cosa che, come detto è di sopra, che questo dolore debba procedere e nascere non da servile timore di tormanto o di pena, ma dall’amore della caritade che s’ha a Dio (il quale amore, secondo l’ordine della carità, debba2 essere il maggiore amore che sia; imperò che dobbiamo amare Iddio più che noi medesimi, o qualunche nostra cosa); séguita che il dolore che s’ha dell’offesa di Dio (l’amore del quale dee avanzare ogn’altro amore) dee essere maggiore che niuno

  1. Ediz. 85: nol.
  2. Ediz. 85: dee; 25: debbia.