Pagina:Stampa, Gaspara – Rime, 1913 – BEIC 1929252.djvu/171

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ii - rime varie 165


CCLXXXIX

Ad un Soranzo.

     Soranzo, de l’immenso valor vostro
e de l’alte virtú tante e sí nove
raggio sí vivo e sí possente move
e di sí chiaro lume il secol nostro,
     che, volend’io vergar carta ed inchiostro,
sí come son or qui, sien note altrove,
la grandezza de l’opra mi rimove,
e ritarda lo stil quel che m’è mostro.
     Io vinco ben tutt’altre di disio
in amarvi e onorarvi come deggio;
ma l’opra è tal, che vince il poter mio.
     Onde maggior virtute a chi può chieggio
da pagar tanto e si devuto fio,
o vo’ tacer di voi per non far peggio.


CCXC

In lode di Giovanna d’Aragona.

     Questo felice e glorioso tempio
de la piú chiara dea ch’oggi s’onori,
poi ch’io non ho condegni incensi e fiori,
(colpa del duro mio destino ed empio)
     dietro a voi, che di morte fate scempio,
fra i piú famosi e piú saggi scrittori,
dotti figli d’Esperia, almi pastori,
di queste basse rime adorno ed empio.
     Ché, se m’avesse il cielo alzata dove
alzato ha lei, alzato ha ’l vostro stile,
o me lodata, o paghi e’ disir miei!
     Voi dunque in rime disusate e nove
fate udir il suo nome a Battro e Tile,
e tutto quel ch’io vòlsi e non potei.