Pagina:Stampa, Gaspara – Rime, 1913 – BEIC 1929252.djvu/57

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i - rime d'amore 51


LXXXIX

Ma alla libertà ella preferisce la sua servitú amorosa.

     Ma che, sciocca, dich’io? perché vaneggio?
perché sí fuggo questo chiaro inganno?
perché sgravarmi da sí util danno,
pronta ne’ danni miei, ad Amor chieggio?
     Come, fuor di me stessa, non m’aveggio
che quante ebber mai gioie, e quante avranno,
quante fûr donne mai, quante saranno,
co’ miei chiari martir passo e pareggio?
     Ché l’arder per cagion alta e gentile
ogni aspra vita fa dolce e beata
piú che gioir per cosa abietta e vile.
     Ed io ringrazio Amor, che destinata
m’abbia a tal foco, che da Battro a Tile
spero anche un giorno andar chiara e lodata.


XC

Dican le donne se altra fu piú di lei misera in amore.

     Voi, che per l’amoroso, aspro sentiero,
donne care, com’io, forse passate;
ed avete talor viste e provate
quante pene può dar quel crudo arciero;
     dite per cortesia, ma dite il vero,
se quante ne son or, quante son state,
a l’aspre pene mie paragonate,
agguagliati un de’ miei martir intero.
     E dite se vedeste mai sembianza
piú dolce in vista e piú spietata poi
del signor mio, ne l’amorosa stanza.
     Cosí talvolta Amor dia tregua a voi,
mentr’ei con questa dura lontananza
sfoga in me tutti ad uno i furor suoi.