Pagina:Stampa, Gaspara – Rime, 1913 – BEIC 1929252.djvu/79

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i - rime d'amore 73


CXXIX

Si ribella ad un’ingiusta accusa di lui.

     O mia sventura, o mio perverso fato,
o sentenzia nemica del mio bene,
poi che senza mia colpa mi conviene
portar la pena de l’altrui peccato.
     Quando si vide mai reo condannato
a la morte, a l’essilio, a le catene
per l’altrui fallo e, per maggior sue pene,
senza esser dal suo giudice ascoltato?
     Io griderò, signor, tanto e sí forte,
che, se non li vorrete ascoltar voi,
udranno i gridi miei Amore o Morte;
     e forse alcun pietoso dirà poi:
— Questa locò per sua contraria sorte
in troppo crudo luogo i pensier suoi.


CXXX

Dello stesso argomento.

     Qual fu di me giamai sotto la luna
donna piú sventurata e piú confusa,
poi che ’l mio sole, il mio signor m’accusa
di cosa, ov’io non ho già colpa alcuna?
     E, per farmi dolente a via piú d’una
guisa, non vuol ch’io possa far mia scusa;
vuol ch’io tenga lo stil, la bocca chiusa,
come muto, o fanciul picciolo in cuna.
     A qual piú sventurato e tristo reo
di non poter usar la sua difesa
si dura legge al mondo unqua si dèo?
     Tal è la fiamma, ond’hai me, Amor, accesa,
tal è il mio fato dispietato e reo,
tal è ’l laccio crudel, con che m’hai presa.