Pagina:Stampa, Gaspara – Rime, 1913 – BEIC 1929252.djvu/97

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i - rime d'amore 91


CLXV

Ella merita da lui premio, per l’amore che gli porta.

     S’una vera e rarissima umiltate,
una fé piú che marmo e scoglio salda,
una fiamma ch’abbrucia, non pur scalda,
un non curar de la sua libertate,
     un, per piacere a le due luci amate,
aver l’alma al morir ardita e balda,
un liquefarsi come neve in falda
mertan per tempo omai trovar pietate,
     io devrei pur sperar d’aprir lo scoglio,
ch’intorno al core ha il mio signor sí sodo,
ch’altrui pregare o strazio anco non franse.
     Ed io ne prego ardente, come soglio,
Amor e lui, che m’hanno stretto il nodo,
e san quanto per me si piange e pianse.


CLXVI

Troppo fu alta la sua mira amorosa.

     Io accuso talora Amor e lui
ch’io amo: Amor, che mi legò sí forte;
lui, che mi può dar vita e dammi morte,
cercando tôrsi a me per darsi altrui;
     ma, meglio avista, poi scuso ambedui,
ed accuso me sol de la mia sorte,
e le mie voglie al voler poco accorte,
ch’io de le pene mie ministra fui.
     Perché, vedendo la mia indegnitade,
devea mirar in men gradito loco,
per poterne sperar maggior pietade.
     Fetonte, Icaro ed io, per poter poco
ed osar molto, in questa e quella etade
restiamo estinti da troppo alto foco.