Pagina:Steno - La Veste d'Amianto.djvu/102

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ma per ora non sono capace di star su dritto da me. Ho le ossa rotte.

— Sfido! con quel po’ di fatica che ha dovuto durare!

— Terribile, sì, ti assicuro.

— Chissà che impressione!

— Magnifica e terrificante. Ti racconterò.

— Oh, grazie! Ha dovuto lottare molto?

— Molto. Ho incontrato dei remous violentissimi presso la cima, poi, di qua, la nebbia.

— Me lo hanno detto. Erano tutti in apprensione qui perchè avevano veduto le montagne fasciate d’una nebbia densa e grave.

— Una nebbia come non ne avevo visto mai, Ugo. Figurati che non potevo più leggere nè la bussola nè la misura dell’aneroide.

— E come ha fatto?

— Ho accostato agli strumenti la fiammella dell’accenditore.

— Ah! una trovata!

— Già. Ma ho passato un quarto d’ora preoccupante.

— E il freddo?

— Intenso. È stata la sensazione più penosa che io abbia sofferto.

— Anche questo lo hanno capito, qui. Quando l’hanno aiutato a scendere dalla macchina era ancora intirizzito. Forse, lei non s’è nemmeno accorto di quello che avveniva.

— No, Ugo, no. L’ultima impressione che rammento è d’aver veduto Cesare e d’averlo sentito gridarmi: bravo! Non vedevo più nemmeno la linea bianca. Dove ho toccato terra?

— Sulla linea, precisamente, in pieno.

Un sorriso d’orgoglio sfiorò le labbra di Noris.

— Meno male, — egli disse.

— Ah! — ripetè il giovane meccanico, — è stata una cosa grande! Sapesse che entusiasmo in tutti! Cesare, voleva portarla subito a Sion coll’automobile e farle prendere l’espresso del Sempione fino a Torino. Ma il medico non ha permesso. Lei, scusi, sa! era disfatto. Si vedeva