Pagina:Steno - La Veste d'Amianto.djvu/126

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— Tripoletta, vieni qua!

— Tripoletta! che curiosi nomi dànno in quei paesi! — osservò un’altra volta Ughetta.

— Questo — spiegò Ugo — glielo ha imposto Noris. Il vero nome della ragazza è Haydée, ma era troppo africano e troppo difficile. Tripoletta è più bello, poi riassume tutta la sua storia.

— C’è una storia? — domandò Minerva Fabbri interessata.

— Sicuro.

— Sentiamola.

— Poi, — suggerì Paolo Adelio poichè la piccola africana compariva sulla porta.

Tutti gli occhi dei convenuti erano fissi adesso sulla fanciulla che teneva chini al suolo i suoi con una bizzarra espressione di corruccio, di selvatichezza e di sgomento insieme diffusa sul piccolo viso fierissimo che pareva scolpito nel bronzo.

Alta, sottile e dritta come il fusto delle palme del suo paese, Tripoletta pareva una creatura fatta esclusivamente di nervi, vibrante, guizzante, felina, ardente.

— Bella! — esclamò con convinzione e con entusiasmo Miuerva Fabbri, — bella creatura.

— Sì, — convenne mollemente la Marinka, — se fosse un po’ meno secca e se non avesse quel colore di cioccolattino.

La Fabbri le lanciò un’occhiata di compatimento sprezzante.

— Ma non vedete — esclamò — che pare una statuetta di bronzo?

Paolo Adelio susurrò piano:

— Che cosa volete capisca quella povera pagnotta imbottita?

— Falla venire qua, — pregava Ughetta rivolta a Ugo.

Ma Tripoletta era già scomparsa dopo aver levato sugli amici di Noris uno sguardo di piccola belva provocata.

Ugo dovette andarla a cercare nella stanza attigua per imporle di preparare il caffè e quan-