Pagina:Steno - La Veste d'Amianto.djvu/128

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dappertutto, io ritengo, dove passerà, le donne non hanno avuto, non hanno e non avranno occhi e cuore se non per lui.

— Perbacco! A questo punto?

— A questo.

— E lui?

— Niente.

— Il pane tocca a chi non ha denti, — osservò melanconico Cino Coralli avvolgendo in una occhiata di desiderio la Fabbri che non se ne accorse.

Ma la sua osservazione provocava un’allusione scandolezzata della gigantesca Marinka:

— Come? Noris?...

— No! — protestarono in coro gli amici, — Coralli ha voluto dire: a chi non ha fame.

— Sì, ecco.

Minerva Fabbri e Ughetta erano impazienti di sentire il resto della storia.

— Dunque?

— Dunque, — riprese Ugo, — subito, io non ne parlai nemmeno a Noris, finchè un giorno, in seguito all’attentato di un beduino, scongiurato dalla vigilanza appassionata della fanciulla, gli narrai ogni cosa.

— E lui? — domandò Ughetta.

— Lui, fece chiamare Tripoletta e le diede un pugno di monete. La ragazza le lasciò cadere per terra, si inginocchiò e volle baciargli i piedi. Allora, Noris l’abbracciò e la baciò in fronte, poi con belle maniere le fece capire che era meglio che se ne tornasse a casa sua. Non ci fu verso. Quella riprese il suo posto fuori della tenda e non si mosse più. Fu la nostra sentinella fedele per tutto il tempo che noi si rimase laggiù, poi, a farla breve, quando partimmo, sei ore dopo che il vapore aveva levato l’àncora, ce la trovammo a bordo sorridente, fiera, felice. Da dove fosse uscita io non ho saputo mai. La vigilia della nostra partenza era scomparsa e io avevo immaginato che si fosse rifugiata chissà dove per nascondere il suo dolore. Invece era andata a bordo.