Pagina:Steno - La Veste d'Amianto.djvu/140

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Il senso di noia che Ettore Noris aveva subìto non appena gli era stata offerta e quasi imposta quell’allieva, andava dissipandosi man mano egli scopriva nella conversazione le doti davvero singolari di equilibrio e di acutezza della fanciulla.

Dritta nel suo giudizio, recisa nelle sue affermazioni, salda nelle sue pronte risoluzioni, Minerva Fabbri aveva in tutte le sue manifestazioni ed in tutta la sua espressione qualcosa di virile che se ispirava l’ammirazione neutralizzava però qualsiasi senso di turbamento.

— Una creatura singolare, — pensava Noris ascoltandola. — Dove mai è andato Paolo Adelio a cavar fuori costei?

Dove fosse andato lo seppe più tardi quando, dopo aver sorbito il caffè preparato dalle mani di Tripoletta, le tre donne, in compagnia di Folco Ardenza, di Coralli e di Rolla, scesero sul prato bianco di neve, a fare alle palle, lasciando soli l’aviatore ed il giornalista.

— Mi dici che tipo è codesta Fabbri?

— Non hai veduto? una magnifica statua dotata d’intelligenza.

— Soltanto?

— Presso a poco. Sarebbe strano che una creatura così bizzarra dovesse avere un cuore.

— Italiana?

— Ah, uno stato civile complicatissimo, degno della complicatissima creatura che ne è stata la risultante: padre italiano. Sai, è figlia del famoso Fabbri esploratore morto assassinato nello Yemen.

— Ho capito: un bizzarro spirito anche quello.

— Sì, ma l’audacia personificato. Come sua figlia, vedrai. Io l’ho veduta cavalcare certi cavalli nuovi nelle scuderie di Lanza con un rischio da dare il brivido.

— Bene.

— La madre era russa: una medichessa e cospiratrice che una volta sposata col Fabbri si mise a vagabondare pel mondo con lui. La ragazza è nata in Grecia. Vedi che complicazione?