Pagina:Steno - La Veste d'Amianto.djvu/163

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 157 —

invece che fra un anno o dieci o trenta quando si sa già che tutti i giorni nostri si assomiglieranno, che domani sarà eguale a ieri e sempre così, sempre così?

— Vedete, signore, — entrò a dire la madre, — questi sono i suoi discorsi. Come di una creatura che abbia avuto qualche grande dolore. Ma io non so che mia figlia abbia mai avuto grandi dolori. Era fidanzata a Max ma se non avesse voluto Max Kindler nessuno gliene avrebbe fatto una colpa. Era padrona di disporre della sua vita ma la vita non la interessa più, ecco.

Noris domandò:

— Non hanno provato a distrarla, a farla viaggiare?

— Sì, dapprima. Siamo stati in Francia e in Inghilterra, abbiamo veduto molti magnifici posti, abbiamo fatte molte amicizie. Poi, ella s’annoiava e siamo tornati. Tanto, deperiva sempre!

Tacque. Erano giunti.

L’automobile si era fermata dinanzi all’ingresso sontuoso d’un sontuosissimo albergo situato a mezzo della collina in una posizione magnifica dominante tutta la cittadina e prospicente il mare.

Un silenzio religioso regnava nell’hôtel, un silenzio da ospedale o da antico aristocratico palazzo.

La signora Pearly, appena scesa dalla vettura, trascurò un istante il suo ospite per ascoltare l’infermiera scesa ad incontrarla col suo viso atteggiato a una tristezza di circostanza.

— Come va, Betty?

— Sempre uguale. Un po’ eccitata perchè aspetta con ansia il dottore.

— E non è venuto, Betty!

— Non è venuto? — domandò sorpresa la donna fissando Noris con uno sguardo interrogativo.

— No, Betty. Il dottore non è venuto. Il signore — fece accennando a Noris — non è il dottore, è un amico.

La donna s’inchinò, tornò a rivolgersi alla signora, esclamò con un accento desolato: