Pagina:Steno - La Veste d'Amianto.djvu/166

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trata nell’infelice amore di Susanna ma era pur sempre per quell’amore che ella moriva.

E quell’amore durava! Invece di maledirlo, Susanna chiamava adesso Noris con una soavità nella voce che aveva qualcosa di sovrumano:

— Venite! caro amico!

Come un automa egli la seguì, incapace di balbettare una parola, di fare un gesto, di trovare una esclamazione. Aveva perduto il controllo di sè stesso e la percezione della realtà.

Camminando nella scia invisibile e pur sensibile lasciata dallo strascico bianco che si muoveva un po’ incerto, un po’ barcollante dinanzi a lui, aveva la sensazione di muoversi nell’irreale.

Una sensazione simile teneva le due donne che lo accompagnavano, ma fatta di altri elementi, di stupore, di sbigottimento, di paura.

Non sapeva comprendere, l’infermiera, come Susanna, che normalmente era incapace di muovere un passo senza venir sorretta, avesse potuto abbandonare la sua sedia distesa e camminare sino alla porta e mantenersi ritta colà; come potesse, adesso, rifare da sola il percorso cammino senza cadere, senza mancare.

Nadina oltre che da questo stupore era tenuta dalla meraviglia per la semplicità e la gioia colla quale la sorella aveva accolto Noris.

Rammentava benissimo come costui non fosse mai stato soverchiamente simpatico alla sorella; aveva tuttavia impresso nella memoria la scena dell’hall e quella del volo nell’aereodromo.

In entrambe le occasioni Susanna s’era mostrata rude e ostile con Noris: e adesso, invece, non solo era mossa a incontrarlo con cordialità perfetta, ma lo aveva accolto colla naturalezza colla quale si accoglie una visita aspettata.

Non capiva più nulla Nadina e rinunciava a indagare. O meglio, ella concludeva col mettere anche quel fatto nel numero dei mutamenti fatti da Susanna durante la malattia.

Il suo stupore cadde in parte quando, entrati