Pagina:Steno - La Veste d'Amianto.djvu/265

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Pensare che sono così innocua!

— Perchè volete esserlo.

— Voi stesso m’avete detto poco fa che ricusate di mettervi sulla breccia.

— Perchè so che fra noi vi sarebbe assoluta impossibilità di affinità sentimentale. Siamo stati e siamo troppo buoni amici per poter essere mai qualche cosa di diverso noialtri due. Avete mai osservato come l’amicizia sia, in questi casi, nemica dell’amore?

— Forse.

— No. Non sarà mai fra i vostri amici che voi sceglierete il vostro amore.

— Voi credete, Adelio, che si possa scegliere il proprio amore?

— Qualche volta, sì. Quando lo si deve subire senza sceglierlo è un guaio serio. È, allora, la tegola che piomba fra capo e collo e che quasi sempre accoppa.

Così. Era stato proprio così per lei. Il sentimento che a sua insaputa era penetrato in lei, che l’aveva presa e soggiogata, aveva trionfato a malgrado della sua volontà e della sua resistenza.

Quando se ne era accorta era già troppo tardi. Tardi per lottare, tardi per guarire. Era stata inutile l’illusione che aveva voluto attribuire quella febbre a un’esaltazione della sua fantasia; inutile la sincerità avuta verso se stessa e la ricerca risoluta d’un rimedio; inutile anche la fuga. Come potesse resistere e ingigantire un sentimento che nulla, alimentava era un mistero per lei ma un mistero che rispondeva a una dolorosa realtà.

Noris era lontano ma non un istante era interrotta la comunione del suo spirito con lo spirito di lui. Ella lo aveva accanto, lo vedeva, lo contemplava, gli parlava, discuteva con lui, lo tormentava ubbidendo a un segreto bisogno di amareggiarlo e di amareggiarsi, di inasprirlo, di vederlo alterarsi, di renderlo cattivo. Mai mai le accadeva, in quei segreti colloqui interiori, di rivolgergli una parola di bontà.