nel racconto di Ferecide la sognata ipotesi, che gli Aborigeni, o sia i prischi popoli del Lazio, fossero Enotri o Arcadi Pelasghi: e di tal forma, dimentico egli stesso de’ suoi propri insegnamenti dei doveri dell’istorico[1], mirava a tessere nel primo libro quel suo pensato sistema, che ad ogni modo dovea congiungere insieme le antichità italiche con quelle di Grecia[2]. Pure, conferma egli stesso, nè poteva occultarlo, non avere altra guida fuorchè le narrazioni mitologiche[3]: il che ci avverte, non ch’altro, con quanta cautela e dubitanza, considerato la natura di quelle storie poetiche, dobbiamo noi medesimi prestare orecchio alle facili narrative di eventi sì poco certi, e che per tante vie poterono essere trasmutati in novelle da relatori creduli, e di sì lunga età posteriori dalle cose narrate. Anzi, errava ancora inavvedutamente Dionisio, là dove pigliando Crestona città della Tracia fra Assio e Strimone, mentovata da Erodoto[4], per la nostra Cortona, o sia la città di Corito secondo
- ↑ Epist. ad Cn. Pomp. p. 767 sqq.
- ↑ Sic. in proem. 5. 6. et in I. 89. 90.
- ↑ Καὶ τὰ μὲν οὔν ὑπὲρ τοῦ Πελασγικοῦ γένους μυθολογούμενα τοιάδε ἐστί.
- ↑ I. 57. L’opinione posta innanzi dal Vesselingio (in Herodot. p. 26) è la sola accettabile. In cotesto paragone importante della lingua viva pelasga coll’ellenica. Erodoto, che non conosceva l’interno dell’Etruria, non poteva avere in mira Cortona sì distante, e forse a lui stesso ignota. Dionisio all’opposto senza molta considerazione, intese quel passo come gli tornava meglio. I. 29.