Pagina:Storia degli antichi popoli italiani - Vol. I.djvu/310

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250 CAPO XII.

notava Vegezio1, nè l’amore di libertà, né la virtù guerriera, la quale si mostra ancora nelle tombe di que’ prodi pertinacissima2.

Auguri, indovini, sortieri, incantatori, aruspici, si ritrovano da per tutto, come indispensabile conseguenza del primitivo governo sacerdotale. Ma, dopo l’aruspice etrusco, nessuno fu celebre più maggiormente dell’incantatore marso. Era desso membro di una progenie non mai tramischiata di sangue alieno3. E tutti gli attenenti di quella avean virtù magica di scongiurare e ammansare gli aspidi velenosi. La qualità del paese dei Marsij boschivo e carvernoso, è di sua natura asilo di serpenti. Certamente l’intrepido paesano che si provò il primo a sprezzare ed a lambire il liquor velenoso, che stagna nelle guaine dei denti delle vipere4, volle ritrarre un qualche guadagno della sua scoperta. Il secolo superstizioso e credulo ben dovea tenere così fatta virtù per soprannaturale potenza. Né poco scaltramente insinuavano i sacerdoti esser cotesto un dono rivelato della magica Angizia, la quale riceveva dal popolo onori divini nel sacro bosco presso al Fucino, dove, in sulla ponda occidentale del lago, possono ancora vedersi le ruine

  1. Neque enim degeneravit in hominibus Martius alor, nec effoetae sunt terrae, quae Marsos, quae Samnites, quae progenuere Pelignos. Veget. de re mil. i. 28
  2. Nei sepolcri loro si trovano sempre in molto numero armi offensive.
  3. Plin. VII. 2, xxviii. 2; Gell. xvi. i
  4. Redi, Osserv. intorno alle vipere