Pagina:Storia degli antichi popoli italiani - Vol. II.djvu/138

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132 CAPO XXII.

ghi apparentemente mirabili, o sia mofete, lagoni, bulicami, come quelli d’Ansanto1, del Soratte, di Sinuessa e di Pozzuoli2, creduti tanti averni o baratri infernali,, porgevano per ogni dove fantastiche spiegazioni alla pia frode dell’interpetre. Né diversamente certi fuochi naturali, o terreni ardenti per casuale accendimento del gaz idrogeno carbonato, quali tutt’ora si veggono a Velleja, Pietramala e Barigazza, davano ivi stesso ai piromanti buona ojiportunita di far valere le loro fraudi3. Così pure il volgo, sotto dolce inganno, tenea per divinizzate le fumanti e medicinali fonti d’Abano, dove un genio celestiale dava le sorti col mezzo di dadi gettati dal divoto in quall’onde4. Due città etrusche. Cere5 e Faleria6, avevano in casa altri dispensatori di sorti, genere di divinazione desideratissimo; ma più assai bramate, ed antichissime, eransi quelle che compartiva ai Latini la Fortuna detta Primitiva a Preneste,

  1. Vedi Tom. i. p. 262.
  2. Plin. ii. 93.; Serv. xi. 785. conf. Varro ap. Plin. xxi. 1.; Senec. Quaest. nat. vi. 28.
  3. Tali erano certamente quelle fiamme che per le feste di Vulcano uscivano di sotterra in un luogo del modenese (Plin. ii. 107.): nè diverso doveva essere il prodigio d’Egnazia ne’ Sallentini (Horat. i. sat. 5. 97 sqq. Plin. l. c.). Le belle sperienze di Volta mostrano quanto facilmente s’ottenessero siffatti miracoli.
  4. Sveton. Tiber. 14.; Lucan. vii. 193.
  5. Liv. xvi. 62.
  6. Liv. xxii. 1.; Plutarch. Fab.