divolgava avere il Demiurgo, od il sovrano fattore, impiegato sei mila anni nella creazione di tutte le cose mondiali: nel primo millenario il cielo e la terra: nel secondo il firmamento: e nel terzo il mare e l’acque: nel quinto gli animali volatili, terrestri ed acquatici: nel sesto l’uomo: le quali cose avea il creatore ordinate in altrettanti spazi chiamati case[1]. Altri sei mila anni dovea comprendere l’età destinata alla durata del genere umano: in guisa tale che dodici millenari interi occupavano il corso prefisso alle create cose. Questa cosmogonia degli Etruschi, sì evidentemente formata sopra pure tradizioni orientali, si ritrova a un di presso anche nella credenza degl’Indiani e degli antichi Persiani: il cui Boundhesch, compendio di cosmogonia tratto da scritture più antiche, porta in fatti, che il mondo debbe finire dopo dodici mila anni trascorsi[2]. Però, non una sola volta dovean generarsi dal supremo ente, unico creatore, le cose universali e l’uomo, ma rinnovarsi più volte in certi determinati periodi. Niuna opinione ebbe forse maggior grido nell’antichità, quanto il concetto della totale sovversione e del risorgimento della razza umana. Le scuole dell’Asia, dell’Egitto e della Grecia stessa ripetevano in mille guise la dottrina maravigliosa delle periodiche rinnovellazioni del
- ↑ Per la dottrina degl’Indiani Crichna, il supremo ente, creò il mondo in tante Kalpa, cioè formazioni delle cose. Bhagavata Gita. cap. ix.
- ↑ Anquetil, Zendavesta. T. ii. p. 354.