Pagina:Storia degli antichi popoli italiani - Vol. II.djvu/203

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CAPO XXIII. 197

frequentissimamente ripetuta, qual ordinario segno geroglifico, in ogni maniera di monumenti egizj1.

Abbiamo per l’innanzi ricordale più volle le storie etrusche, che si leggevano ancora al tempo di Varrone, doliate nell’ottavo secolo dell’era toscana2. Questi secoli, co’ quali segnavansi l’epoche maggiori, non erano già secoli civili, ma naturali, secondochè prescrivevano i libri sacri3: cioè a dire, che si misuravano con la vita del cittadino che più viveva. Da ciò si comprende che i sacerdoti tenevano ne’ loro tempj un esatto registro di tutti i nuovi nati: tutti i morti s’iscrivevano in quello di Libitina, o d’alcun’altra deità sacra agli estinti. I libri sacerdotali più antichi erano scritti in tela di lino4: volumi guardati con gran cura in ogni tempo quali documenti di religione, non solo in Etruria, in Sannio e negli Ernici5, ma dovunque. Non possiamo dire di qual sorta fossero i libri che Pompeo, padre del grande, aveva tolto per se nelle spoglie d’Ascoli al tempo della guerra sociale, di che venne accusato in giudizio6.

  1. Massime nel grande obelisco Campensis, o di Campo Marzio, che porta il nome del Faraone Psaméték (Psammetico), come spiega Champollion. Précis du syst. hiérogl. p. 194. e tav. 7,
  2. Vedi Tom. i. p. 39. 108.
  3. Censorin. ex Ritualibus Etruscorum libris. 17.
  4. Lintei libri. Varro ap. Plin. xii. ii.; Liv. x. 38.
  5. Liv. l. c.; Fronton., Op. p. 100.
  6. Plutarch. Pomp.