Pagina:Storia degli antichi popoli italiani - Vol. II.djvu/319

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CAPO XXVIII. 313

logie le più arrischiate, dic’egli, non possono trovare nell’etrusco nessuna analogia né con il greco, nè con la parte del latino che ha maggiore affinità con quello1: noi dicevamo lo stesso venti e più anni addietro: né di buon volere potremmo ricrederci oggidì, da che a malgrado di tanti nuovi cimenti dei seguaci del Lanzi neppure una sola voce etrusca ha fin qui ricevuto per loro o nuova, o certa, o valevole interpetrazione. L’assertiva sì tanto precisa di Dionisio, che gli Etruschi aveano lingua sua propria, ed a nessun’altra somigliante2, basterebbe senza altro ad accertarne, ch’ella non aveva affinità diretta col greco: poiché a’ suoi giorni l’etrusco era di fatto una lingua viva, e tale si conservò gran tempo di poi in bocca al popolo. Più lontanamente assai per altre correlazioni di genti e parentele d’idiomi sono da cercarsi le tracce di derivazione radicale, di filiazione e di mischianza, che palesano le antiche lingue italiche, in questo conformi alle tradizioni storiche, che fino da’ più vetusti tempi ci mostrano la nostra penisola ora occupata, ora corsa per alcun tempo da razze aliene venule di più distanti regioni d’Oriente in Occidente, prima ancora dell’epoca da cui hanno principio le nostre istorie

    parole: avil ril, vixit annos: e di queste voci Lanzi medesimo (t. ii. p. 312) non sapeva dedurre buona etimologia.

  1. Ciò conferma per avvedute dimostranze anche Muller, die Etrusker. T. ii. p. 291 sqq.
  2. Ἐπειδὴ ἀρχαῖόν τε πάνυ, (τὸ ἒθνος) καὶ ουδενὶ ἄλλῳ γένει οὔτε ὁμόγλωσσον, οὔτε ὀμοδίαιτον εὑρίσκεται. i. 30.