Pagina:Storia della letteratura italiana - Tomo I.djvu/149

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
110 Storia della Letteratura Italiana.

III. Non vi ha dunque argomento alcuno a provare, che ne’ primi cinque secoli fiorissero le scienze in Roma, anzi Dionigi Alicarnasseo chiaramente ci mostra, che Romolo vietato avea a’ Romani il coltivarle: Romulus, dice egli1. , artes sedentarias ac illiberales... servis & exteris exercendas dedit; & diu apud Romanos hæc opera habita sunt ignominiosa, nec ullus indigena ea exercuit; duo vero studia sola ingenuis hominibus reliquit, agriculturam, & bellicam artem. E che questa legge di Romolo durasse lungamente nel suo vigore, più chiaro ancora vedrassi dalla Storia de’ tempi seguenti, ne’ quali vedremo ciascheduna scienza avere la prima origine, e cominciare, talvolta ancora non senza contrasto, a introdursi in Roma. Egli è vero, che, come detto abbiamo nella prima parte di quest’opera, solevano in questi primi tempi i Romani nelle Etrusche lettere istruirsi2 . Ma benché uomini colti fosser gli Etruschi, il veder nondimeno, che i Romani la loro superstizione appresero solamente e non il loro sapere, ci dà motivo di credere, che la scienza degli augurj, degli auspicj, e di altre somiglianti superstiziose osservazioni fosse la sola scienza Etrusca, di cui andassero in cerca i Romani.,

IV. Lo stesso Ab. le Moine dopo avere usato ogni sforzo a mostrare i Romani de’ primi secoli amatori delle scienze, pare che riconosca egli stesso, che assai debole e languido fu un tal amore; perciocché poco dopo così soggiugne14 : Era ben difficile, che si scrivesse allora pulitamente, e che si usasse un parlare elegante e colto: lo stato degli affari nol permetteva. Uno stato incerto ancora e ondeggiante, le continue discordie tra ‘l Senato ed il popolo, il successivo e vario cambiamento di governo di Re, di Consoli, di Tribuni militari; lo spirito di conquista proprio di questa nazione, le continue guerre con popoli più dell’agricoltura solleciti che non degli studj, la necessità di aver sempre l’armi alla mano, e di star notte e giorno in faccia al nemico, tutto ciò impediva ai Romani l’applicarsi unicamente (meglio forse avrebbe detto l’applicarsi punto) alle scienze. A questa ragione presa dalla dura situazione, in cui erano i Romani ne’ primi secoli, un’altra ne aggiugne l’Autore di un’Opera sopra le Antichità di Roma




 Pag. io.

(2) V. iup. p. 13. }iti*ed by Google

  1. L. II. cap. XXVIII
  2. v. sup. p.13