Pagina:Storia della letteratura italiana I.djvu/204

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Tutto questo mondo tragico è penetrato dello stesso concetto. La natura infernale non è ancora laida e brutta; anzi balzan fuori tutt’i caratteri che la rendono un sublime negativo, l’eternità, la disperazione, le tenebre. L’Eterno è sublime, perchè ti mostra un di là sempre allo stesso punto, per quanto tu ti avvicini; la disperazione è sublime perchè ti mostra un fine non possibile a raggiungere, per quanto tu operi; la tenebra è sublime, come annullamento della forma e morte della fantasia, per quella stessa ragione che è sublime la morte, il male, il nulla. Leggete la scritta sulla porta dell’inferno. Ne’ primi tre versi è l’eterno immobile che ripete sè stesso, dolore, dolore e dolore, quel luogo, quel luogo e quel luogo, per me, e per me, insino a che in ultimo l’eterno risuona nella coscienza del colpevole come disperazione:

Uscite di speranza voi che entrate.

La luce, il dolce lome, rende sublimi le tenebre, morte del sole e delle stelle e dell’occhio, come è l’aer senza stelle, e il loco d’ogni luce muto, e quel ficcar lo viso al fondo e non discernere alcuna cosa. Certo l’eternità, le tenebre e la disperazione sono caratteri comuni a tutto l’inferno; ma solo qui sono poesia, quando l’inferno si affaccia per la prima volta alla immaginazione nella gagliardia e freschezza delle prime impressioni. Appresso diventano spettacolo ordinario, come è il sole, visto ogni giorno.

E Dante che parte da principii preconcetti nelle sue costruzioni scientifiche, quando è tutto nel realizzare e formare i suoi mondi, opera con piena spontaneità, abbandonato alle sue impressioni. Il canto terzo è il primo apparire dell’inferno, e come ci si sente la prima impressione, come si vede il poeta esaltato, turbato dalla sua visione, assediato di forme, di fantasmi, impazienti