Pagina:Storia della letteratura italiana I.djvu/256

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luce, e fortificata, la vista in quella riviera, in quei fiori inebrianti, in quell’oro, in quei rubini, in quelle vive faville Dante discerne ambo le corti del cielo nel santo delirio del loro tripudio. Ma in verità gli scanni de’ beati sono meno poetici di queste due rive dipinte di mirabil primavera.

Ma la forma, come parvenza dello spirito, è un presso a poco, un quasi, un come, fiocca e corta al concetto. Questa impotenza della forma produce un sublime negativo che Dante esprime con l’energia intellettuale di chi ha vivo il sentimento dell’infinito;

.     .     .     .     appressando sè al suo desire
Nostro intelletto si profonda tanto
Che dietro la memoria retro non può ire.
.     .     .     .     ogni minor natura
È corto ricettacolo a quel Bene
Che non ha fine e sè in sè misura.
.     .     .     .     nella giustizia sempiterna
La vista che riceve il vostro mondo,
Com’occhio per lo mare, entro s’interna;
Che benchè dalla proda veggia il fondo,
In pelago nol vede; e nondimeno
Egli è, ma cela lui l’esser profondo.

La letizia che move le anime e trascende ogni dolzore, non è se non beatitudine. E rende beate le anime l’entusiasmo dell’amore e la chiarezza intellettiva, o come dice Dante luce intellettual piena d’amore. Esse hanno allegro il cuore e allegra la mente. Nel cuore è perenne desiderio e perenne appagamento. Nella mente la verità sta come dipinta.

La luce è forma inadeguata della beatitudine. Ti dà la parvenza, ma non il sentimento e non il pensiero. Spuntano perciò due altre forme, il canto e la visione intellettuale.

Quello che nel purgatorio è amicizia, nel paradiso è