Pagina:Storia della letteratura italiana I.djvu/260

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O insensata cura de’ mortali,
Quanto son difettivi sillogismi
Quei che ti fanno in basso batter l’ali!
Chi dietro a jura, e chi ad aforismi
Son giva, e chi seguendo sacerdozio,
E chi regnar per forza o per sofismi,
E chi rubare, e chi civil negozio;
Chi nel diletto della carne involto
S’affaticava e chi si dava all’ozio.

Un altro momento di alta poesia è quando il poeta dall’alto delle stelle fisse guarda alla terra:

e vidi il nostro globo
Tal ch’io sorrisi del suo vil sembiante.

La terra che ci fa tanto feroci, veduta dal cielo gli pare un’ajuola. Il concetto abbellito e allargato dal Tasso ha qui una severità di esecuzione quasi ieratica. Il Poeta si sente già cittadino del cielo, e guarda così di passata e con appena un sorriso a tanta viltà di sembiante, volgendone immediatamente l’occhio, e mirando in Beatrice:

L’aiuola che ci fa tanto feroci,
Volgendomi io con gli eterni Gemelli,
Tutta m’apparve da’ colli alle foci:
Poscia rivolsi gli occhi agli occhi belli.

Pure è quest’aiuola che desta nel seno de’ Beati varietà di sentimenti e di passioni, facendo vibrar nuove corde. Accanto all’inno spunta la satira in tutte le sue gradazioni, il frizzo, la caricatura, l’ironia, il sarcasmo. Qual frizzo, che l’allusione di Carlo Martello, così pungente nella sua generalità:

E fanno Re di tal, che è da sermone!

Beatrice, dottissima in teologia, si mostra non meno dotta