Pagina:Storia della letteratura italiana I.djvu/432

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tutti sapevano tirar fuori un sonetto o un periodo ben sonante, moltiplicarono gli scrittori, e furono tentati tutt’i generi. Comparvero commedie, tragedie, poemi, satire, orazioni, storie, epistole, tutto a modo degli antichi. Il Trissino scrivea l’Italia liberata e la Sofonisba, Luigi Alamanni faceva il Giovenale e Monsignor della Casa contraffaceva Cicerone. Ai misteri successero commedie e tragedie, con magnifica rappresentazione. E non solo le forme del dire latine, ma anche la mitologia s’incorporava nella lingua, e si giurò per Iddii immortali, e Apollo, le Muse, Elicona, il Parnaso, Diana, Nettuno, Plutone, Cerbero, le ninfe, i satiri, divennero luoghi comuni in prosa ed in verso. Sapere il latino non era più un merito; tutti lo sapevano, come oggi il francese, e mescolavano il parlare di parole latine, per vezzo, o per maggiore efficacia. Ci erano gl’improvvisatori, che nelle Corti lì su due piedi fabbricavano epigrammi e facezie, come oggi si fa i brindisi, e ne avevano in merito qualche scudo o qualche bicchiero di buon vino, che Leone X dava annacquato al suo Archipoeta, un improvvisatore di distici, quando il distico mal riusciva. E ci erano anche non pochi, che conoscevano ottimamente il latino e lo scrivevano con rara perfezione, come il Sannazzaro, il Fracastoro e il Vida, i cui poemi latini sono ciò che di più elegante siesi scritto in quella lingua nei tempi moderni. Aggiungi le odi ed elegie del Flaminio.

Latinisti e rimatori erano le due più grosse schiere de’ letterati. Nelle loro opere l’importante è la frase, un certo artificio di espressione, che riveli nell’autore coltura e conoscenza de’ classici. I lettori non meno colti ed eruditi rimanevano ammirati, trovando nel loro libro le orme del Boccaccio o del Petrarca, di Virgilio o di Cicerone. Pareva questa imitazione il capolavoro dell’ingegno. E mi spiego come uomini assai mediocri furono potuti tenere in così gran pregio, quali Pietro Bembo,