Pagina:Storia della letteratura italiana II.djvu/123

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La ragione di Stato ebbe le sue forche, come l’inquisizione ebbe i suoi roghi, e la salute pubblica le sue mannaie. Fu stato di guerra, e in quel furore di lotte religiose e politiche ebbe la sua culla sanguinosa il mondo moderno. Dalla forza uscì la giustizia. Da quelle lotte uscì la libertà di coscienza, l’indipendenza del potere civile e più tardi la libertà e la nazionalità. E se chiamate machiavellismo quei mezzi, vogliate chiamare anche machiavellismo quei fini. Ma i mezzi sono relativi e si trasformano, sono la parte che muore: i fini rimangono eterni. Gloria del Machiavelli è il suo programma, e non è sua colpa, che l’intelletto gli abbia indicati de’ mezzi, i quali la storia posteriore dimostrò conformi alla logica del mondo. Fu più facile il biasimarli, che sceglierne altri. Dura lex, sed ita lex.

Certo, oggi il mondo è migliorato in questo aspetto. Certi mezzi non sarebbero più tollerati, e produrrebbero un effetto opposto a quello che se ne attendeva Machiavelli, allontanerebbero dallo scopo. L’assassinio politico, il tradimento, la frode, le sette, le congiure, sono mezzi che tendono a scomparire. Presentiamo già tempi più umani e civili, dove non sieno più possibili la guerra, il duello, le rivoluzioni, le reazioni, la ragion di Stato e la salute pubblica. Sarà l’età dell’oro. Le nazioni saranno confederate e non ci sarà altra gara che d’industrie, di commerci e di studi.

È un bel programma. E quantunque sembri un’utopia, non dispero. Ciò che lo spirito concepisce, presto o tardi viene a maturità. Ho fede nel progresso e nell’avvenire.

Ma siamo ben lontani dal Machiavelli. E anche dai nostri tempi. E non è co’ criterii di un mondo nascosto ancora nelle ombre dell’avvenire che possiamo giudicare e condannare Machiavelli. Anche oggi siamo costretti a dire: crudele è la logica della storia; ma quella è.