Pagina:Storia della letteratura italiana II.djvu/16

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Haec, haec vera mea est; nil modo fallimur,
     Mi anceps anime: en sume cupita jam
     Mellita oscula, sume
     Expectata diu bona.

Ma in italiano Megilla è l’alta beltade che col suo beato lume illustra e imbianca l’occaso, e l’amante è nel dir lento e restio, e non descrive, perchè chi descriver puote a pieno il sole?.

Non è valore uman che tanto ascenda.

Se avesse potuto apprendere il greco, Anacreonte o Teocrito gli avrebbe instillata nell’immaginazione un’altra fraseologia: perchè tutto questo è un gioco di frasi. Ma tutto dietro al latino, non pensò per allora al greco:

Che il saper nella lingua degli Achei
Non mi reputo onor, s’io non intendo
Prima il parlar de li Latini miei.
Mentre l’uno acquistando, e differendo
Vo l’altro, l’occasion fuggì sdegnata,
Poi che mi porge il crine ed io nol prendo.

Morì il padre, ch’egli aveva soli ventott’anni, e lo lasciò tra sorelle e piccoli fratelli capo della casa: così dovè mutare Omero nel libro de’ conti:

Mi more il padre, e da Maria il pensiero
Dietro a Marta bisogna ch’io rivolga;
Ch’io muti in squarci ed in vacchette Omero.

Nè potè avere più agio e modo d’intendere nella propria lingua dell’autore ciò che Ulisse sofferse a Troia e poi nel lungo errore, e ciò che scrisse Euripide, Pindaro e gli altri, a cui le Muse argive donar si