Pagina:Storia della letteratura italiana II.djvu/161

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E fu atto di ribellione pensare liberamente di Papa o di Re, anzi venne su il motto: De Deo parum, de Rege nihil. Così la religione divenne uno strumento politico, il dispotismo religioso divenne il sussidio naturale del dispotismo politico.

Ma l’autorità e la fede sono di quelle cose che non si possono imporre. E in Italia era così difficile restaurare la fede, come la moralità. Ciò che si potè conseguire, fu l’ipocrisia, cioè a dire l’osservanza delle forme in disaccordo con la coscienza. Divenne regola di saviezza la dissimulazione e la falsità nel linguaggio, nei costumi, nella vita pubblica e privata: immoralità profonda, che toglieva ogni autorità alla coscienza, ed ogni dignità alla vita. Le classi colte incredule e scettiche si rassegnarono a questa vita in maschera con la stessa facilità che si acconciarono alla servitù e al dominio straniero. Quanto alle plebi, vegetavano, e fu cura e interesse de’ superiori lasciarle in quella beata stupidità.

Non mancarono resistenze individuali. Molti uomini pii e anche ecclesiastici, amarono meglio ardere su’ roghi o esulare, che mentire alla coscienza. Intere famiglie abbandonarono l’Italia, e portarono altrove le loro industrie. Uomini egregi di virtù e di scienza onorarono il paese natio scrivendo, predicando nella Svizzera, nell’Inghilterra, in Germania. Operosissimo fra tutti il Socino, da Siena, da cui presero nome i sociniani. Il suo merito è di avere avuto della Riforma una coscienza assai più chiara, che non Lutero e non Calvino, facendo fede quanto l’intelletto italiano era innanzi in queste speculazioni. Perchè il Socino, uscendo dalle quistioni parziali intorno a questo o a quel pronunziato teologico, sulle quali battagliavano Lutero, Melantone e Calvino, proclama la ragione sola competente, negando ogni elemento soprannaturale, e fa centro dell’universo l’uomo nel suo libero arbitrio, negando l’onniscienza divina e la