Pagina:Storia della letteratura italiana II.djvu/223

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

― 211 ―

po, e tratta di argomenti commoventissimi e presenti con la stessa indifferenza che scrive di Proserpina o di Chirone. In luogo di chiudersi nel suo argomento e cercarne le latebre, divaga in fatti mitologici, o in generalità rettoriche, e riesce vuoto e freddo. Dee far le lodi di S. Francesco? Ed eccoti una tirata sulla fame dell’oro. Gli manca ogni talento pittorico, ogni movimento di affetto, o d’immaginazione, e non ha alcuna esaltazione o entusiasmo lirico. C’è più poesia nelle vite del Cavalca, che in queste sue insipide Maddalene, Lucie, Cecilie, Stefani e Sebastiani. Dante in pochi tratti ti fissa nella memoria santo Stefano assai meglio che non fa in sette strofe il Chiabrera, errante tra reminiscenze sacre e profane, e affatto incapace di cogliere l’individuo nella sua personalità. In qualche strofa di fra Jacopone senti la Vergine; ma non la trovi nelle cento strofe che le sono qui consacrate. Il martirio di san Sebastiano è materia pietosissima. In mano al Chiabrera diviene ampollosa e fredda rettorica. Dove non è insipido, riesce pretensioso, come quando, esortando le Muse a cantare il Santo trafitto, dice:

Tendete, Arciere d’ammirabil canto,
Musici dardi al saettato Santo.

Se guardi alla materia, ci è qui tutto il mondo eroico, morale e religioso del cristianesimo, ma non ce n’è lo spirito, nè poteva infonderlo co’ suoi decreti il Concilio di Trento. La letteratura religiosa è una moda anzi che un sentimento; lo spirito vi rimane estraneo, e si conserva classico e letterario quanto alle forme, nell’indifferenza del contenuto. Che cosa move davvero o interessa il Chiabrera? Nulla, perchè nella sua coscienza nulla ci è, non fede, non moralità, non patria, e non amore, e non arte, ancorchè di tutto questo tratti. Certo, il Chiabrera è un bravissimo uomo, sinceramente pio