Pagina:Storia della letteratura italiana II.djvu/274

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

― 262 ―

moralità e la glorificazione del lavoro, sono concetti che svolti lungamente e variamente da Bruno in opere latine e italiane appaiono punti luminosi nella speculazione moderna, e ne trovi i vestigi in Cartesio, in Spinosa, in Leibnitz, e più tardi in Schelling, in Hegel e ne’ presenti materialisti. Se dovessi con una sola formola caratterizzare il mondo di Bruno, lo chiamerei il mondo moderno ancora in fermentazione.

Roma bruciava Bruno, Parigi bruciava Vanini. I loro carnefici li dissero Atei. Pure Dio non fu mai cosa sì seria, come nel loro petto. Andiamo a morir da filosofo, disse Vanini, avvicinandosi al rogo. Eran detti anche novatori, titolo d’infamia, che è divenuto il titolo della loro gloria.

Nel 1599 Bruno era già nelle mani dell’inquisizione, e Campanella nelle mani spagnuole. Nel primo anno del seicento Bruno periva sul rogo, e Campanella aveva la tortura. Così finiva l’un secolo, così cominciava l’altro. Tu, asinus, nescis vivere, dicevano a Campanella amici e nemici: ne loquaris in nomine Dei. E lui prendeva ad insegna una campana, con entrovi l’epigrafe: Non tacebo. Anche Bruno diceva di sè: dormitantium animorum excubitor. La nuova scienza sorge come una nuova religione, accompagnata dalla fede e dal martirio. Philosophus, diceva il Pomponaccio per esperienza propria, ab omnibus irridetur, et tamquam stultus et sacrilegus habetur; ab inquisitoribus prosequitur, fit spectaculum vulgi: haec igitur sunt lucra philosophorum, haec est eorum merces. Pure questi uomini nuovi, derisi, perseguitati, spettacolo del volgo, avevano una fede invitta nel trionfo delle loro dottrine. L’Accademia cosentina di Telesio, avea per impresa la luna crescente col motto: donec totum impleat orbem. Bruno, perseguitato dal suo secolo, diceva: La morte di un secolo fa vivo in tutti gli altri. Campanella paragona il