Pagina:Storia della rivoluzione di Roma (vol. I).djvu/446

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veva coglierai un giorno inevitabilmente. La pace in somma fra le due corti per nulla affievoliva que’ desideri, e quelle sperance che per sei lustri nutrironsi negl’italici petti, e che già minacciavan di erompere fra breve in sanguinosi conflitti.

Che se i germi di questi sentimenti eransi tanto a mano a mano sviluppati nell’ombra, qual frutto non dovevano necessariamente produrre dopo esser stati fecondati e maturati dal sole che sfolgorava in allora?

Che importa poi che il Santo Padre agendo rettamente od in conformità della sua pacifica missione, mai poi mai non abbia incoraggiato i popoli nel insorgere, ed in ispecie i popoli della Lombardia contro il loro governo? Che importa che ciò non fosse, se si ebbe l’astuzia di farlo credere, e questi popoli sel credettero?

Dorvà dunqu convenirei che con quella scaltrezza ch’è propria degl’Italiani, o con innegabile inganno si fece creder così: a questo bastò perchè le teste ne fosser riscaldate siffatamente, che lo stesso papa regnante, il quale ritenevasi esserne l’auspice, non ebbe in forza di far rispettare la sua voce, e rattenere gl’impeti incomposti di tanti giovani quanto coraggiosi altrettanto inconsiderati. Che se per buona fortuna ciò gli fosse riuscito, avrebbe risparmiato all’Italia le patite sciagure, alla navicella di Pietro gli urti terribili che minacciarono di sommergerla, ed alla Europa tutta quella furiosa tempesta che poco mancò non la ravvolgesse ne’ suoi flutti.

Difatti noi siamo non più in là del mezzo dicembre colle nostre narrazioni storiche; la irruzione austriaca di Ferrara avvenne dopo la metà del luglio, cosicchè cinque mesi soltanto n’eran decorsi: eppure in questo breve periodo quanti scritti anti-austriaci non si eran diffusi, quanti incitamenti e grida e manifestazioni non erano accadute? I sintomi pertanto della futura esplosione potevansi presagire, ove soprattutto si fosse per un momento portata l’attenzione su queste manifestazioni che in molte città d’Italia eran