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della rivoluzione di roma 495

Giuseppe Massari napolitano, amicissimo del Gioberti, e (secondo il Montanelli) corriere della Giovane Italia.

Egli è osservabile che fra tutti questi non vi fosse che un solo Romano, il Pinto.

Convien credere che Farini, il quale per tanti rispetti conosceva assai bene tutti i personaggi politici che presero parte alla romana rivoluzione, e che non risparmiò, quando l’occasione lo richiedeva, di censurarne i procedimenti, abbia scambiato il principe di Canino e il poeta Sterbini con Titiro e Melibeo delle Bucoliche di Virgilio, e Giovanni Andrea Romeo coll’amoroso pastore Coridone menzionato ancor esso dal Mantovano poeta; oppure, che a’ suoi occhi fossero a parificarsi col Crescimbeni, col Zappi col Filicaia, modulatori beati delle lire di Arcadia: altrimenti come poteva venirci a dire che il congresso di Torino fu per se medesimo di arcadica innocenza?

Certamente che la ridente cultura dei campi, o le soavi dolcezze della italiana poesia erano associate ai pastori ed ai poeti per noi rammemorati; ma al seguito di un Canino, di uno Sterbini, o di un Romeo null’altro si vide che in vettive, calunnie, scompigli, sedizioni e rivolture cruente: nè sappiamo comprendere come offensivi ed infesti costoro sulle rive del Tebro e del Sebeto, divenissero innocui soltanto sulle rive della Dora.

Comunque si voglia il congresso si riunì, ed il Mamiani vi pronunziò il suo discorso nella qualifica di presidente: e questo discorso può leggersi fra i nostri documenti. 1

Terminata però la loro missione, tutti o quasi tutti ritornarono in Roma, e rimase sempre un mistero qual fosse lo scopo reale del congresso federativo di Torino. Questo sì vedemmo, che gli avvenimenti precipitarono subito dopo, c la rivoluzione, accelerando il suo corso, riportò un completo trionfo sulle rive del Tevere.


  1. Vedi il VII Vol. Documenti, n. 12.