Pagina:Storia della rivoluzione piemontese del 1821 (Santarosa).djvu/123

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Già mi venne fatto di accennare come la situazione del governo costituzionale fosse malferma e perigliosa in seno della stessa capitale. Il ministro di guerra era informato che i carabinieri, inosservanti della parola per essi data dal capo loro, di non immischiarsi se non se dell’interno servizio di polizia1, agivano continuamente in senso reazionario e mantenevansi in corrispondenza col conte Della-Torre. Niuno impediva che, spingendo più oltre loro tracotanza, non s’impadronissero dei ministri, dei più cospicui membri della giunta e del tesoro2. Ardire, ed una sola notte, a loro bastavano. Il ministro di guerra, costretto a soffrire assai tempo un tale stato di cose, s’avvisò di porvi finalmente riparo col giungere del reggimento Alessandria3, ed inviò incontanente la dimissione al colonnello dei carabinieri e a due altri ufficiali superiori. Il reggimento

  1. Il colonello Cavasanti avea di ciò impegnato sua parola col marchese di Roddi cav. dell’Ordine dell’Annunziata, comandante in capo la guardia nazionale di Torino, per far cessare le inquietudini che la guarnigione della cittadella aveva, a ragione, concepito sul conto dei carabinieri.
  2. M. de Beauchamp parla di un tentativo fatto per rapire il tesoro reale nella notte dal 30 al 31 marzo. Ma da chi partiva questo tentativo? È ciò appunto che M. de Beauchamp non dice. Ecco il fatto: si sparge improvvisamente la voce che i carabinieri reali voleano sottrarre il pubblico tesoro. La guardia nazionale accorre, i cittadini s’armano in folla, e circondano la tesoreria delle finanze. Infatti un forte distaccamento di carabinieri non tardò molto ad arrivare; non so quali fossero loro intenzioni, ma egli è certo che se cattive, furono sventate dalla vigilanza e dalla attività degli abitanti della capitale.
  3. Questo reggimento era partito da Chambery sotto gli ordini del colonello Righini. In marcia avendo costui destato gravi sospetti, il reggimento prese le armi e lo arrestò ponendo a sua testa Paccherotti e Ceppi, due intrepidi ufficiali, e leali patriotti.