Pagina:Storia della rivoluzione piemontese del 1821 (Santarosa).djvu/126

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La giunta mostrossi infaticabilmente operosa del bene del governo, e sue principali cure rivolse a preservarci dai mali dell’anarchia, che già appariva alle porte di ciascuna città del Piemonte1, nè di ciò abbiamo a far le meraviglie dopo le narrate vicissitudini. Il suo decreto del 28 marzo con cui regolavansi le attribuzioni ed il potere straordinario dei capi-politici produsse ottimi effetti2. Ammirabile si è sopratutto il proemio per l’esattezza e la dignità

  1. L’anarchia battè alle porte ma non le furono aperte. Il pericolo era grave certamente, ma gli amici di libertà seppero scansarlo colla loro condotta. Quei circoli di forsennati adunque, quelle dichiarazioni incendiarie, quella plebe feroce di cui parla M. de Beauchamp, e l’autore dei Trente jours dov’erano? che facevano? Ove sono gli arresti, i saccheggi, i disordini, le vessazioni commesse, e tollerate dal governo costituzionale? Ad un governo che si vedeva alla vigilia di sua caduta, ove non fosse stato un governo sinceramente liberale, sarebbe bastato un giorno solo di forza per consumare sue vendette. Un disordine soltanto ebbe luogo in Torino: furono sforzate di notte tempo le porte di una casa di correzione poco distante dalla città per cui potè fuggire una parte delle femmine che vi stavano rinchiuse. — L’autore dei Trente jours aggiunge che sessanta di esse furono condotte e trattenute in cittadella pour les plaisirs de ses défenseurs. Mi spiace dover chiamare l’attenzione del lettore su di tale argomento, ma quando vien raccontato un fatto odioso che non sussiste, bisogna pure che mi sia lecito rispondere: Voi l’avete inventato.
  2. La maggior parte dei capi politici spiegò molta attività ed una saggia energia. Le loro funzioni non durarono che pochi giorni, e la pubblica cosa già si risentiva di loro vantaggiosa influenza: e sono questi quelli uomini che M. de Beauchamp assomiglia aux proconsuls conventionnels, infame calunnia, che non ha fondamento alcuno, e di cui non si può trovar la ragione se non se in quel cieco livore per la libertà, e pei suoi partigiani nudrito dall’autore. Duolmi non poter far menzione di tutti i capi politici che si resero benemeriti della patria; mi è però lecito di citare i nomi di Ratazzi, Trompeo, Marochetti, Prina, Cagnardi, Vismara, ed il compagno dell’intrepido Ferrero, Pietro Fechini.