Pagina:Storia della rivoluzione piemontese del 1821 (Santarosa).djvu/53

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titolo: doveri dei Piemontesi divulgaronsi rapidamente e assai mi duole non averli; chè da me pubblicati, mostrerebbero il rispetto e l’affezione con cui vi si parlava del re e sua famiglia, la naturalezza con cui vi erano dipinti i mali interni del paese, l’indignazione con cui respinta l’idea della casa di Savoia fatta strumento ai disegni dell’Austria sull’Italia. Questi libercoli, che stampati a Napoli ed in Ispagna, lasciavano scorgere come l’opinion pubblica si manifestasse fra noi, con non men di saggezza che d’energia, erano inoltre rimarchevoli per la fermezza con cui si esprimeva il desiderio di una costituzione liberale, senza urtare co’ principii ivi svolti, le differenti opinioni che ci teneano divisi.

Agitati fortemente gli spiriti per la rivoluzione di Napoli, un sol desiderio leggevasi negli sguardi di ognuno. I più saggi ravvisavano unico mezzo a salvare il paese dalla guerra civile lo spontaneo promulgarsi di una Costituzione, nè si ristavano dal dirlo, ed i liberali nulla intentato lasciarono per renderne informato il re, il quale era ancora in tempo a mettersi alla testa del movimento piemontese e a guadagnarsi con una sola parola il cuore di tutti: ma il tempo stringeva e questa parola bisognava pronunziarla. Il consiglio fu convocato, la gran questione discussa ed alla voce sparsasi nel popolo avesse il re esternato «che se i suoi sudditi desideravano veramente una costituzione, egli nulla meglio chiedeva che di appagarli» i nostri cuori si apersero alla speme; ma fu momentanea. Ignoro se in quel consesso gl’interessi della patria abbiano trovato una

SANTAROSA.
 
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