Pagina:Storia delle arti del disegno.djvu/174

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68 D e l l e   A r t i   d e l   D i s e g n o.

ne1, e in occasione de’ loro sacrifìcj non udiasi mai alcuno stromento musicale2. Non dee però quindi conchiudersi, che la musica fosse in Egitto affatto sconosciuta3, a meno che de’ loro antichissimi tempi soltanto non intendasi parlare4: imperocché sappiamo, che le donne colà accompagnavano fra musici concenti il dio Api lungo il Nilo; e veggonsi figure egiziane, che suonano degli stromenti musicali, sì nel musaico del tempio della Fortuna a Palestrina5, che in due pitture d’Ercolano6.

§. 7. Quindi è che gli Egizj cercarono de’ violenti mezzi per riscaldare la loro immaginazione, e mettere in moto lo spirito7: le loro idee oltrepassarono il naturale, e si perderono nelle allegorie e ne’ misterj8. Dall’umor triste e ma-


linco-

    mente gli fosse ispirata, come pretende Racine Acad. des Inscript. Tom. XXIII. Hist. pag. 93. e seg.

  1. Geogr. Lib. 17. pag. 1169.
  2. Strabone in questo luogo parlando del tempio di Osiride in Abido, nota come cosa straordinaria, che in esso non si desse principio ai sagrifizj con canti, ed istrumenti, come si usava nei sagrifizj di tutte le altre divinità: il che è ben diverso da quello, che gli sa dire il nostro Autore: Abydi Osiris colitur: in ejus templo non licet nec cantori nec tibicini, nec citharedo sacrificium auspicari, quemadmodum mos est aliis diis. Da Clemente Alessandrino Strom. 1. 6. n. 4. op. Tom. iI. pag.757. lin. 10. abbiamo parimenti, che nelle cerimonie religiose il cantore precedeva tutti gli altri, portando simboli musicali. Il sig. Jablonski De Memnone ec. Synt. . cap. 4. §. 8. crede, che nel detto tempio soltanto si cantassero, e suonassero per più volte sette lettere vocali, come se fossero stati inni in onore di quel dio; fondandosi sopra Demetrio Falereo, il quale nel suo libro De Elocut. §. LXXI. scrive: In Ægypto vero, sacerdotes edam per VII. vocales, quasi hymnis deos celebrant, dum eos ordine continuo sonant, & apud ipsos loco tibiæ, & citharæ litterarum harum sonus auditur ab suavitatem vocis. Ma non pare, che un tal luogo possa intendersi del tempio, di cui parla Strabone; perocché se questi escludesse gli strumenti da tutte intiere le funzioni, che in esso si facevano, ne escluderebbe anche ogni forte di canto, mettendo questo al paro di quelli; e non potrebbe quindi neppure aver ivi luogo il canto delle lettere vocali.
  3. Della musica degli Egizj, e de’ loro musicali stromenti parla fra gli altri assai diffusamente, e con molta erudizione il ch. P. Martini nella sua Storia della musica, Tomo I, cap. 11. pag. 75. Egli adduce a questo proposito l’autorità di Platone, di Diodoro, di Filone, di Clemente Alessandrino, e di altri; e molto s’appoggia al racconto, che leggiamo nella Bibbia, del culto prestato dagli Ebrei al vitello d’oro coi cori: la qual cola certamente dovevano aver appresa dagli Egizj.
  4. Platone De Legib. lib. 2. oper. Tom. iI. pag. 656. E., e pag. seg. scrive, che non solamente vi era da tempi antichissimi in Egitto la musica; ma che vi erano leggi pubbliche invariabili, che la regolavano; e alcune composizioni egli le aveva trovate si belle, che credeva, che altri non ne fosse l’ autore, che un dio, o qualche uomo divino: aggiungendo, che dalla dea Iside si credevano composte certe canzoni, che cola si cantavano, probabilmente nelle di lei feste.
  5. Di cui si parlerà più a lungo in appresso lib. XI. cap. l. §. 6. e 7. Si può dire, che in tutte le loro benché piccole feste si usavano strumenti, e si cantavano inni. Così fu anche fatto, come riferisce Filostrato Vita Apollon lib. 5. cap. 42. in fine, quando fu accompagnato fino all’alto Egitto dai Sacerdoti quel leone, nel quale disse Apollonio, che vi era l’anima di Amasi antico loro sovrano.
  6. Tom. iI. tav. 59. e 60.
  7. Bont. De Medic. Ægyptior. pag. 6.
  8. Qui pare che l’ Autore contradica a ciò, che scrive sopra pag. 54. §. 14.