Pagina:Storia delle arti del disegno.djvu/296

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186 D e l l e   A r t i   d e l   D i s e g n o

barba dai più antichi Greci1, e tal si vede sulle monete di Lenno23, di Lipari, e di Roma4, sulle antiche lucerne5, e su un bel basso-rilievo greco del marchese Rondanini, ove sta in atto d’aver dato il colpo a Giove. Se ne vegga la figura nel frontispizio della seconda parte de’ miei Monumenti antichi.

§. 17. Riguardo al disegno poi, siccome Cicerone fece venir da Atene simili bocche da pozzo per la sua casa di campagna6, chi sa che quella eziandio, di cui parliamo, non sia stata colà, anziché in Etruria, lavorata anticamente, o almeno ad imitazione del più antico stile de’ Greci? Questi


dif-


  1. Paus. lib. 8. cap. 28. pag. 658. [ Parla d’una statua d’Esculapio impubere.
  2. Medaill. da Cabin. de Peller. Tom. iiI. pl. 102.
  3. Le monete di Lenno riportate dal Pellerin sono della città d’Efestia in quell’isola; ma su di esse v’è tutt’altro che Vulcano. [ In una vi è una testa sbarbata; e in un’altra una testa consimile coronata di frondi, che pajono lauro. E perchè non poll’ono eifcre di Vulcano, dal cui nome greco Ἥφαιστος appunto li chiamava Efestia quella città, come ivi nota Pellerin, o sia per le ferriere che v’erano, o perchè Vulcano vi fosse precipitato, giusta la favola, da Giunone per motivo della sua deformità? Coronato pure di lauro si vede in altre monete, e per esempio in due presso il Vaillant Num. famil. Tom. I. in fam. Aurelia, num. VII. e VIII. pag. 162. e 163.
  4. Vaillant. loc. cit. n. VIII. pag. 163.
  5. Mus. Pembr. Par. iL. Tab. 3. n. 1. [È una moneta d’Isernia su cui appunto è la testa di Vulcano.
  6. Cic. ad Att. l. 1. ep. 10.: Putealia sigillata duo. [ Quelli, che hanno creduto doversi spiegare in altro senso questo luogo di Cicerone, non hanno saputo dir cose, che persudano. Monsignor Filippo Venuti nella Dissert. sul gabin. di Cicerone, inserita nelle Mem. di varia erudiz. della Soc. Colomb. Fiorent. Tom. iI. pag. 36., supponendo che Cicerone volesse adornar la sua libreria con quei due lavori, crede che dovessero essere due are simili al puteal Libonis. Ma che rapporto aveano queste due are con una libreria? e che bisogno v’era per un sì misero lavoro, come era quello del puteale di Libone, spedirne in Grecia i disegni per farli eseguire da qualche valente artista di quelle parti ? A monsignor Foggini loc. cit. pag. 108. pare cosa ridicola l’immaginarsi, che Cicerone parli di tali parapetti, o anche di coperchi di pozzi, allorché scrivendo a Pomponio Attico gli dice di mandargli per un uomo a piedi typos da ornare il soffitto d’un piccolo atrio, & patealia sigillata duo. Quindi ei crede, che tali parole significhino tutt’altro, ovvero che la lezione sia guasta in vece di dire plutealia sigilla duo, che autenticano più manoscritti. Ma chiaro si vede per la prima difficoltà, che questo scrittore non abbia osservato, che era Cicerone, il quale spediva ad Attico un uomo a piedi per portargli il disegno di quei lavori: quanto alla variante lezione io non vi saprei trovare la sintassi dell’orator Romano. Per riguardo alla parola puteal egli crede, non possa intendersi che del coperchio del pozzo, perché dai Greci si traduce περιστόμιος. So che in quel senso fu spiegata nella l. 14. ff. de Action. empti; ma che significhi il parapetto del pozzo egualmente si prova dall’ara di Libone, e da altre, la quale fu appunto detta puteal, perchè dentro era bucata a guisa della bocca d’un pozzo, come osserva Salmasio in Solin. c. 53. Tom. iI. pag. 802. col. 2, C.; e ivi insieme nota che περιστόμιος vuol dire orlo del pozzo; e si può intendere della intera bocca, non del coperchio, che direbbesi επιστόμιος. Che gli antichi usassero di mettere ai pozzi siffatte bocche mobili, o amovibili, col coperchio, tutte forse di un pezzo, e di qualche valore, si ricava dalla l. 17. §. 8. ff. cod.; e da tutto il contesto pare che possa intendersi anche di essi il marmor. puteale, o marmoreum puteale in una iscrizione recentemente scoperta in Tivoli, e riportata dal sig. ab. Visconti nella descrizione del Museo Pio-Clementino T. I. Tav. XII. p. 21.; e dal