Pagina:Storia delle arti del disegno.djvu/346

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236 D e l l e   A r t i   d e l   D i s e g n o

§. 45. Rileviamo da questa figura una ignota usanza degli antichi popoli in guerra. Il soldato sardo dovea portarsi egli stesso la propria provvigione di bocca: non però sulle spalle, siccome i soldati romani, ma se la traeva dietro su una specie di carretto entro una cesta. Compiuta la marcia, il soldato attaccava il suo carretto, ch’esser dovea leggierissimo, ad un anello fissato sul dorso, e metteasi in capo la cesta tenutavi dalle due corna. E’ probabile che con tutti quelli attrezzi, disposti come veggonsi nella statua, andasse anche in battaglia, onde aver sempre in pronto tutto ciò che poteagli abbisognare.

[Conclusione.]

§. 46. Il leggitore avrebbe forse desiderati in tutto questo Libro de’ lumi maggiori, trattandoli di popoli italiani, e di paesi che ci stanno sotto gli occhi, e ove di frequente si disotterrano de’ monumenti dell’antichità; ma conviene pur confessare che, paragonando le cognizioni che abbiamo degli antichi popoli d’Italia con quelle che ci sono state tramandate degli Egizj, siamo simili a coloro i quali sanno molto meno il natio loro linguaggio, che le lingue straniere. Ciò nasce perchè vi sono molti monumenti, e grandi opere dell’arte egiziana, laddove abbiamo bensì molta copia di figurine etrusche, ma non abbiamo statue a sufficienza per formare un compiuto e giusto sistema dell’arte loro1. Dopo un naufragio con alcune poche tavole che a fatica raccolgonsi si può egli mai formarne un intero e sicuro navi-


glio?


  1. Gli avanzi delle antichità etrusche sino a noi pervenuti, comechè sovente assai pregevoli siano pel lavoro, pure, essendo piccole cose, nulla ci offrono di quel magnifico e grandioso, che ci presentano, a cagion d’esempjo, le piramidi e gli obelischi d'Egitto. Ma se consultiamo gli storici, veggiamo che grandi e magnifiche opere essi pure intrapresero; e ben ne faremmo convinti, se esistesse ancora la statua d’Apollo in bronzo alta cinquanta piedi, collocata nella biblioteca del tempio d’Augusto in Roma, opera etrusca di cui parla Plinio lib. 34. c. 7. sect. 18.; e più ancora se si fosse conservato quel sepolcro che Porsenna fece ergere in Chiusi di gran pietre quadre, che avea trecento piedi di lunghezza per ogni lato, e cinquanta d’altezza, che rinchiudeva un inestricabile labirinto, e tre ordini avea d’altissime piramidi con altri sontuosi abbellimenti, come appare dalla descrizione lasciatacene da Varrone presso il medesimo Plinio lib. 36. cap. 13. sect. 19. num. 4.