Pagina:Storia delle arti del disegno.djvu/518

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408 D e l   P a n n e g g i a m e n t o.

tonio, pur tali le avesse quella ch’egli chiama toga germanica1.

[....veste...] §. 15. La veste femminile generalmente riduceasi a due lunghi pezzi di panno, senza taglio e senz’altra forma, se non che erano longitudinalmente cuciti e attaccati sulle spalle con uno o più bottoni, quale appunto Giuseppe Ebreo descrive il vestito comune de’ suoi tempi2. Talora in luogo di bottone s’usò un acuto uncino; «sappiamo che le donne d’Argo e d’Egina un più gran fermaglio aveano, che quelle d’Atene3. Tal era la veste detta quadrangolare, né potea questa esser per verun modo tagliata rotonda, siccome immaginò il Salmasio4, dando la forma del manto alla veste, e della veste al manto. Si passava sul capo, ed era il vestimento più comune delle figure divine ed eroiche. Le vesti delle fanciulle spartane erano aperte lateralmente al di sotto de’ fianchi5, e sventolavano liberamente, come vedesi nelle figure delle danzatrici. V’hanno altre vesti a cui sono cucite certe maniche strette, che arrivano fino al polso, dette perciò καρπώτοι da καρπὸς, che significa polso6. Sono così vestite la maggiore delle due più belle figlie di Niobe7, la pretesa Didone nelle pitture d’Ercolano8, e molte figure de’ vasi dipinti.

§. 16. Quando veggonsi le maniche assai larghe, come nelle due belle statue di Pallade nella villa Albani, allor non son già quelle le maniche della veste o della sottoveste; né in alcun modo sono tagliate a parte, ma vengono formate colla


ve-


  1. in Flav. Domit. cap. 4.
  2. Ant. Jud. lib. 3. cap. 8. §. 4.
  3. Herod. lib. 5. cap. 88. pag. 416.
  4. Not. in Script. hist. Aug. pag. 389.
  5. Plut. in Numa, pag. 76. in fine, oper. Tom. I. [ Meursio Miscell. lacon. lib. 1. c. 10. op. Tom. iiI. col. 150., Tiraquello De legib. connub. Tom. iI. glossa 1 par. 5. n. 29. p. 85.
  6. Salmas. in Tertull. de pall. pag. 44.
  7. Presso Fabroni Tav. XI.; e cosi è vestita anche l’altra fra le maggiori riportata nella Tav. XII.
  8. Tom. I. Tavola 13., che può credersi piuttosto la Musa della tragedia, di cui è proprio il cantare tristia bella: il che s’indicarebbe nella spada foderata, che tiene con ambe le mani, e nello sguardo truce, e aria fiera del volto. Tal veste si vede anche alla Musa della commedia Talia nel Tomo iI. Tavola 3.