Pagina:Storia delle arti del disegno II.djvu/430

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422 Storia delle Arti del Disegno

dea Nemesi1, la quale, secondo l’opinione de’ Gentili, umiliava i grandi della terra. Per questa medesima ragione al carro trionfale de’ vincitori attaccavansi i crotali e la sferza, attributi di Nemesi (che pur veggonsi ad una bella statua sedente di questa dea nel giardino del Vaticano2), per rammentar loro l’instabilità della fortuna, e per avvertirli che se insuperbiti si fossero per la felicità presente, avrebbero incitato contro di sè lo sdegno degli dei. Volendo noi per tanto giudicar dal lavoro, dovremmo con più ragione ravvisarvi qualche personaggio de’ tempi a Giustiniano anteriori, il quale abbia voluto essere rappresentato in figura di mendicante per conciliarsi il favore di Nemesi. Aristofane spiega per l’azione del rubare l’opposta positura d’una mano colle dita raccolte e alquanto ripiegate in atto di prendere: ἀγκύλαις ταῖς χερσὶν ἁρπάζων φέρει.3.

[Arti sotto Costante.] §. 14. Per recare l’ultima ruina all’arte portossi a Roma nel 663. Costante imperator greco, nipote d’Eraclio, e nella dimora che vi fece di soli dodici giorni spogliolla di tutte le opere in bronzo che v’erano rimaste, e persino delle tegole di questo metallo, delle quali era coperto il Panteon4, facendole trasportare a Siracusa, ove dopo la sua morte vennero nelle mani de’ Saraceni, che mandaronle in Alessandria5.



§. 15. Non


  1. V. Casaub. Animadv. in Suet. p. 115.
  2. È stata data nel Museo Pio-Clem. T. l. Tav. 4.0., e spiegata dal signor ab. Visconti per una Cibele, come è veramente secondo la descrizione di Varrone presso s. Agostino De Civ. Dei, lib. 7. cap. 24. Sta a sedere appoggiando la sinistra mano su di un timpano, o tamburo, che tiene sotto al braccio per significare, come scrive Codino De origin. Constantinop. pag. 15. in fine, che la terra in sè rinchiude i venti; ed ha in capo le torri.
  3. in Equit. v. 205. [ Uncis ungibus aufert, rapitque.
  4. In cui peraltro lasciò tutto il metallo, del quale erano foderati i gran travi del portico, che poi toltone da Urbano VIII, unitamente alli gran chiodi pure di metallo, pesava sopra le 460000 libre, secondo che narra Ficoroni Le vestigia di Roma antica, l. 1. cap. 20. pag. 132.; e fu impiegato alle colonne della confessione di s. Pietro in Vaticano, e in qualche cannone per il Castel s. Angelo, come costa dalla iscrizione posta per memoria nel portico dello stesso Panteon, e riferita dal dotto monsig. Borgia Vaticana Confessio, ec. præfat. pag. LXV., e da Marangoni Delle cose gentil. ec. c. 66. Fino al presente vi dura la cornice dello stesso metallo indurato intorno all’occhio, per cui entra il lume.
  5. Anastas. De vit. Roman. Pontif. Vita Ss. Vitaliani, & Adeodati, Paul. Diac. De gest. Longobard. lib. 5. cap. 11. 13.