Pagina:Storia delle arti del disegno III.djvu/214

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seduto dal Petavio, avea fogli di papiro, e di carta pecora vicendevolmente messi, secondo che riferisce il Mabillon1. Cosa sia avvenuto di quello mss. non si sa: nella biblioteca Ottoboniana, aggiunta alla Vaticana, che già fu della regina di Svezia, la quale comprò quella del Petavio, non si trova più. Quanto al giudizio del carattere per fissarvi certe epoche, quello, che si cava dalla di lui forma, non è privo d’ogni fondamento. Aggiungo oggi altre nuove riflessioni alle passate. La firma del carattere nel nome dell’artefice del Torso di Belvedere, segnato ΑΠΟΛΛωΝΙΟΣ, non lascia dubitare, che quell’insigne frammento, che è nell’ideale superiore a tutte le antiche sculture, non sia fatto dopo, che l’arte cominciò a declinare, e questo fu nell’olimpiade cl. in circa2. Ma in ogni tempo si sono sollevati ingegni felici, che hanno saputo alzare la fronte dalla corruttela comune. La medaglia più antica, nella quale si trova Ω scritto ω, per quanto ho potuto rintracciare, è del re Polemone di Ponto3 in argento coll’epigrafe, ΒΑСΙΛɛωС ΠοΛɛΜωΝΟС, che sta nel museo de’ Francescani a S. Bartolomeo all’Isola. Voler giudicare dall’eleganza sola del carattere può indurre in errori. Ho veduto medaglie sì nel museo Faucault a Napoli, come in quello della regina di Svezia presso il duca di Bracciano in Roma, le quali appar-


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    in vece di esso il lino; del quale si hanno sicure memorie e libri scritti in Ispagna nel secolo XII. Non molto dopo fu ricevuta questa carta di lino in Italia, e in altre parti di Europa. Questa è la storia, che ne fa il sig. abate Andres Dell’orig. progr. e stato attuale d’ogni letter. Tom. I. cap. 10. pag. 210. segg. Dal passo dell’abate Cluniacense, nominato qui avanti, come è inteso dal P. Mabillon loc. cit. n. 16., e da Adriano Valesio nelle note al panegirico di Berengario Augusto, si rileva, che la carta di stracci di panni fatti di lino, o canape, anziché di altra materia, fosse già comune in Europa, o almeno in Francia, nel secolo XII.: Legit, fa dire egli ad un Ebreo, Deus in librum Thalmuth, Sed cujusmodi librum. Si tales, quales quotidie, in usu legendi habemus, utique ex pellibus arietum, hircorum, vel vitulorum, sive ex biblis, vel juncis orientalium paludum; aut certe ex rasuris veterum pannorum, seu ex qualibet alia sorte viliore materia compactos, & pennis avium, vel calamis palustrium locorum qualibet tinctura insectis descriptos.

  1. loc. cit. n. 11.
  2. Vedi Tom. iI. pag. 282. seg. Nell’iscrizione dell’Ercole di Farnese si vedono le lettere come dice qui Winkelmann, e come si è detto poc’anzi. Vedasi nel Tomo iI. Tavola VII., e si legga lo stesso Tomo pag. 285.
  3. Il volto è senza barba, e giovane. Viveva al tempo di Augusto.