Pagina:Storia delle arti del disegno III.djvu/661

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avessero delle porte, e finestre a un di presso come il portico, o atrio della basilica Vaticana, della Lateranense, ed altre; che sarebbero stati veri portici, come lo sono questi: badando che siano in qualche modo aperti per salvare il significato della parola stoà, altronde tanto ampio, che si estende perfino a significare un granajo1; come ampio è il significato di porticus in latino, e di cryptoporticus, che si dice di un corridore, o galleria sotterranea senza colonnato, e lume, fuorchè alle due estremità2.

Svaniscono in questa maniera tutte le proposte vostre obbjezioni: della mancanza delle finestre negli antichi tempj; regola vera, ma che ha avuto eccezioni, come lì vede al tempio detto di Vesta, o della Sibilla a Tivoli, e in altri esempj, che citai nell’opera3: delle tenebre nel tempio, che non vi sarebbero state, volendolo ipetro, o aperto dentro nel mezzo; e dell’idea di portico passatavi per il capo. Se foste stato costante nelle vostre riflessioni, qui avreste dovuto ragionare, come faceste innanzi in favore del Galiani per il passo di Vitruvio: che era meglio stiracchiare, se pur si voleva, una parola, e salvare la sostanza della cosa. La sostanza era l’impossibilità di trovare, come dissi, tanti gran pezzi di pietra, per la larghezza del tempio di 160. piedi, o 156. secondo il vostro calcolo, e per la rispettiva larghezza di otto intercolunnj ai quattro lati dei portici, alti 10. piedi, come volere anche voi, e lunghi piedi 32., o poco meno; e capaci di reggere tanto peso, o di reggere anche da per sè stessi per la loro qualità di specie di tufo, anzichè di pietra molto dura, o di marmo. L’altra impossibilità, che me lo fece credere ipetro, e che a voi non passò per la mente, era di coprire quella larghezza di 160. piedi. Vi sarebbero voluti e per il soffitto, e per il tetto dei travi assai più lunghi, che l’altissimo pino portato dal ciclopo Polifemo per bastone. L’interno di quella grande larghezza, e della lunghezza di quasi 200 piedi secondo il vostro calcolo, sarebbe stato oscurissimo con tutto il supposto vostro colonnato aperto avanti, e dietro: e poi, a qual fine una cella sì vasta?

Queste difficoltà per voi sono state un nulla. Avete fatto un bel disegno, e lo avete fatto incidere in rame per farlo ammirare dai vostri associati. Quanta differenza c’è tra il fare un disegno in carta, e l’eseguirlo! Oh trattenetemi, se vi basta l’animo, dal ripetervi, come faceste con noi, che il detto di Vitruvio era propriamente fatto per voi: Qui ratiocinationibus, et literis solis confisi fuerunt, umbram, non rem persequuti videntur! (Quello, che è di buono nel vostro disegno, è l’idea che il tempio fosse falso–alato, e con quel numero di colonne: ma di questa posso dire senza timore d’essere cavillato che io l’avevo così intesa, e formata prima di voi, e forse prima d’ogni altro.

E’ tempo ormai, che si dia luogo alla verità: che io vi renda, sig. Cavaliere, quella giustizia, che meritate: che rilevi le cose osservate da voi nella nostra opera; e che ve ne professi le mie obbligazioni, come

  1. Vedasi Suida, ed Enrico Stefano a quella parola.
  2. Vedasi il nostro Tom. III. pag. 73.
  3. Loc cit. pag. 71.