Pagina:Storia di Milano I.djvu/386

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oppressionem tollere, ac lassis et oppressis justitiam ministrare. Poco dopo andò più avanti il papa; scomunicò anche i figli di Matteo, pose all’interdetto le città possedute dai Visconti, ordinò agli inquisitori di processarlo, e il breve comincia così: Profanus hostis, et impius auctor immanis scelerum et culparum, Mathaeus Vicecomes de Mediolano, partium Lombardiae rabidus populator, etc.. (1322) Gl’inquisitori citarono Matteo a doversi presentare al loro tribunale il giorno 25 febbraio 1322 in una nominata chiesa, presso Alessandria. Vi comparve il di lui figlio Marco, con grande comitiva di cavalli e fanti e bandiere spiegate. Gl’inquisitori si trasportarono a Valenza, ove condannarono Matteo, come reo di venticinque delitti, molti de’ quali consistevano in avere Matteo imposto carichi anche al clero, ed avere esercitata giurisdizione sopra i beni, i corpi e le persone ecclesiastiche. Se gli faceva delitto perchè avesse impedito che le chiese del Milanese pagassero tassa al cardinale legato ed alla camera apostolica. Altro delitto se gl’imputava, d’aver impedita l’emigrazione per la Crociata. Indi fra le sue colpe due se ne ricordano le quali meritano riflessione; cioè d’aver posto argine all’Inquisizione, e d’avere pregato per liberare l’infelice Mainfreda, che fu, malgrado le sue preghiere, bruciata viva, siccome narrai al capitolo nono. Concludeva la narrazione de’ delitti, asserendo che Matteo negava la risurrezione de’ corpi; aveva da’ suoi progenitori ereditato il veleno dell’eresia; era collegato co’ scismatici; sentiva male de’ sacramenti; disprezzava l’autorità delle chiavi, e aveva fatto lega co’ demonii, più volte da lui esecrabilmente invocati.