Pagina:Storia di Milano I.djvu/388

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In quale misero stato si ritrovasse, dopo tutto ciò, Matteo Visconti, è facile l’immaginarselo. Molti dei nobili, per la naturale invidia d’una nascente potenza, aderivano al legato. Altri tremavano per obbedire ad un eretico scomunicato; e il popolo tutto era inorridito per l’anatema e l’interdetto pronunziati sopra della città. Il Corio riferisce quell’epoca, ed io mi servirò delle parole di lui. I nobili adunque di continuo interponevano littere al legato, ed in altro non havevano il pensiere se non excogitare in quale modo Matteo con li figlioli potessino rimovere dal governo dil milanese imperio. Mattheo da questa hora avante più non si volse intromettere de veruna cosa concernente al Stato suo, ma in tutto ne le mano de Galeazo renuntiò il dominio, grandemente condolendosi de la lite quale contra la Chiesia cognosceva moltiplicare, ed anche perchè non altramente da li citadini milanesi se haveva a guardare come da pubblici e capitali inimici, inde tutto il pensiere suo puose, con devotione a visitare li templi, et ultimamente un giorno avante alo altare de la chiesia maggiore havendo facto convocare il clero, e pervenuti alla presenzia de quello con alta voce cominciò a dire Credo in Deum Patrem, e disse tutto lo symbolo, lo quale fornito, levando il capo, cridava che questa era la sua fede, la quale haveva tenuto tutto il tempo della vita sua e che qualunque altra cosa gli era imposto, con falsitate lo accusavano, e de ciò ne fece conficere un publico instrumento. Il Rainaldi confessa che in quei processi vi è stata della parzialità: Certe fidei censores studio partium nimium commotos in percellendis sententia haereseos Gibellinis aliquibus constat;