Pagina:Storia di Milano I.djvu/450

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del ferro rovente da portarsi nella mano nuda non era permesso in Milano: illud autem scire opportet quod ferventis ferri judicium in nostra civitate non admittitur, licet in quibusdam locis jurisdictionis domini archiepiscopi secus obtineat; così nei nostri Statuti di quei tempi. Bensì era ammesso il giudizio di Dio coll’acqua fredda, e questo da noi non era punto crudele; poichè si prendeva un fanciullo, e con una fune, senza pericolo, si tuffava nell’acqua; e immergendosi il fanciullo, che tosto s’estraea, il reo era assoluto.

Finalmente vorrei poter dare un’idea della coltura nostra verso quell’età; ma le notizie non erano copiose in nessuna parte dell’Europa. Avemmo un medico che compose le pandette della medicina, dedicate al re di Napoli Roberto. Questi si chiamava Matteo Selvatico, milanese, che scrisse l’anno 1317. Quel libro si stampò a Venezia l’anno 1498. Un altro Milanese ebbe nome presso dei giusperiti, cioè Signorollo Omodeo, le opere del quale non sono ignote ai forensi. Ma di bella letteratura non ne abbiamo vestigio alcuno. Uno de’ più antichi poeti italiani fu Pietro da Bescapè, nostro milanese. Egli scrisse i suoi versi nell’anno 1264, nel quale pretese di tradurre in poesia la storia del Vecchio Testamento. L’autore così comincia:

Como Deo a facto lo mondo,

E como la terra fo lo homo formo.

Cum el descendè ce cel in terra

In la Vergine Regal polzella,

E cum el sostenè passion

Per nostra grande salvation,

E cum verà el dì del ira

La o sarà la grande roina

Al peccator darà grameza

Lo justo avrà grande alegreza,

Ben è raxon ke l’omo intenda

De que traita sta legenda.