Pagina:Storia di Milano I.djvu/551

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consuete a gettare il veleno nell’animo del principe, loro schiavo, e a fargli nascere il pentimento e la diffidenza, a segno che il duca pose delle insidie persino alla vita del disegnato suo genero. Francesco Sforza se ne uscì dalle mani del duca, si ricoverò presso de’ Fiorentini, nemici de’ Visconti, e si pose al loro stipendio. Si collegarono i Fiorentini e i Veneziani a danno del duca, e il generale comandante delle armi collegate fu lo stesso Francesco Sforza. Anche il papa aveva acceduto alla lega. Io non descriverò, nemmeno questa volta, le minute azioni militari. Dirò soltanto che gli affari del duca piegavano assai male. Il duca era giunto all’età di cinquant’anni. Egli era mostruosamente pingue, e la sanità sua diventava inferma. La vita inerte che menava, ed i sospetti continui fra quali veniva tenuto dagli officiosi nemici che aveva intorno, affrettarono la di lui morte; egli s’accorgeva della propria decadenza. I generali di questo invisibile sovrano (che non si era mai presentato una sol volta in vita al nemico, che dava e toglieva il favore a norma de’ pianeti non solo, il che sarebbe a caso, ma dei maligni interessi di quei poltroni che gli stavano intorno) cominciarono a fare un accordo fra di loro per dividersi la sovranità. Il Piccinino divisava d’avere per sè Piacenza; il Sanseverino, Novara; Luigi dal Verme, Tortona; il Fogliano, Alessandria; altri, altro distretto. In somma il duca si trovò sotto di un cielo coperto da nubi procellose, che minacciavano da ogni parte. Il solo uomo capace di liberarlo nell’estrema angustia era Francesco Sforza. Rivolse i trattati a lui, e ben vedendo che troppo instabile appoggio sarebbe stato l’offerire al genero eletto il suo pentimento, gli offrì la sovranità del Cremonese e di Cremona sino