Pagina:Strocchi - Elogi e discorsi accademici.djvu/103

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media, più che l’Orlando Furioso, poemi, ne’quali abbondante è l’uso di tropi grammaticali, e parco il condimento di retoriche figure. Lo stile comico, che in sè riceve vocaboli provinciali e talvolta municipali, più copioso e meno conosciuto non si lascia intimamente sentire, nè dirittamente estimare di là da’ confini delle native contrade. Lo stesso celebrato Francese sentenziò non essere possibile cosa, mettere le Georgiche di Virgilio ne’ versi di qual si voglia lingua moderna. Egli poscia in bella prova nel suo patrio sermone ebbe ricevuta risposta giusta a non giusta sentenza. Imperocchè non si ha da comparare una con altra favella, ma con sè medesima, con sue intrinseche doti, e con la virtù di coloro, che toccando le possibili cime di perfezione sè ed essa nobilitarono. Non è da guardare di qual fucina sia l’armatura, nè di qual tempra, ma se chi la indossa nell’ore del combattimento sappia in essa mostrarsi aiutante. Io non sono, nè penso che altri sarà per essere di un avviso col celebre Traduttore di Ossian, il quale tiene, che lingue antiche e moderne siano tutte quante di una efficacia e di un valore. Ma se le lingue sono figlie del clima, se nudrite e rette da buoni studi, noi viviamo in quel felice, in cui nacquero Cicerone, e Virgilio, in cui risorsero le scienze, le lettere, le arti, noi dotati di favella, che surta la più perfetta dalla ruina delle antiche, alla sintassi, alla inversione, alla copia, al concetto si manifesta consanguinea della latina.

Veramente meglio che umana parve la sorte di coloro, che privilegiati da natura, ammaestrati dall’arte ottennero quel nome, che Orazio a sè negando concedeva a colui,