Pagina:Sulla maniera e la utilità delle traduzioni.pdf/2

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10 sulla maniera e la utilità

I dotti e anche i poeti, in quella età che gli studj risorsero, pensarono a scriver tutti in una medesima lingua, cioè latino, perchè non volevano che ad essere intesi lor bisognasse di venire tradotti. Il che poteva giovare alle scienze, le quali non cercano le grazie dello stile per esprimere i loro concetti. Ma da ciò accadde che il più degl’Italiani ignorasse quanta dovizia di scienze abbondasse nel paese loro, perchè il maggior numero di quelli che potevano leggere non sapeva latino. E d’altra parte, per adoperare questa lingua nelle scienze e nella filosofia bisogna creare vocaboli che ne’ Romani scrittori ci mancano. Laonde i dotti d’Italia venivano ad usare una lingua che era morta, e non antica. I poeti non uscivano dalle parole nè dalle dizioni de’ classici: e l’Italia, udendo tuttavia sulle rive del Tevere e dell’Arno e del Sebeto e dell’Adige la favella de’ Romani, ebbe scrittori che furono stimati vicini allo stile di Virgilio e di Orazio, come il Fracastoro, il Poliziano, il Sannazaro: dei quali però se non è oggidì spenta la fama, giacciono abbandonate le opere, che dai soli molto eruditi si leggono: tanto è scarsa e breve la gloria fondata sulla imitazione. E questi poeti di rinnovata latinità furono rifatti Italiani dai lor concittadini: perocchè è opera di natura che la favella, che è compagna e parte continua di nostra vita, sia anteposta a quella che da’ libri s’impara, e si trova solamente ne’ libri.

So bene che il miglior mezzo per non abbisognare di traduzioni sarebbe il conoscere tutte le lingue nelle quali scrissero i grandi poeti,