Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/117

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
114

cui l’avevo vista (cioè intravvista, perchè allora non avevo sentito il bisogno di guardarla) le nipoti, non appena essa se ne era andata, avevano osservato che non aveva una buona cera. Anzi una di esse aveva detto:

— Si sarà guastato il sangue per qualche rabbia con la serva!

Trovai quello che cercavo. Guardando affettuosamente il faccione grinzoso della vecchia signora, le dissi:

— La trovo molto rimessa, signora.

Non avessi mai detta quella frase. Mi guardò stupita e protestò:

— Io sono sempre uguale. Da quando mi sarei rimessa?

Voleva sapere quando l’avessi vista l’ultima volta. Non ricordavo esattamente quella data e dovetti ricordarle che avevamo passato un intero pomeriggio insieme, seduti in quello stesso salotto con le tre signorine, ma non dalla parte dove eravamo allora, dall’altra. Io m’ero proposto di dimostrarle dell’interessamento, ma le spiegazioni ch’essa esigeva lo facevano durare troppo a lungo. La mia falsità mi pesava producendomi un vero dolore.

La signora Malfenti intervenne sorridendo:

— Ma lei non voleva mica dire che zia Rosina è ingrassata?

Diavolo! Là stava la ragione del risentimento di zia Rosina ch’era molto grossa come il fratello e sperava tuttavia di dimagrire.

— Ingrassata? Mai più! Io volevo parlare solo della cera migliore della signora.