Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/137

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— Certo! Poteva essere il Bertini! — disse Ada ridendo.

Il riso era mio ed incorato continuai:

— Sapevo di conoscerlo, ma non sapevo ricordarlo. Si parlò di politica. Era il Bertini perchè disse tante di quelle bestialità, con quella sua voce da pecora...

— Anche la sua voce! — ancora Ada rise guardandomi ansiosamente per sentire la chiusa.

— Sì! Avrebbe dovuto essere il Bertini, dissi io fingendo spavento da quel grande attore che in me è andato perduto. — Mi strinse la mano per congedarsi e se ne andò ballonzolando. Lo seguii per qualche passo cercando di raccapezzarmi. Scopersi di aver parlato col Bertini solo quando l’ebbi perduto di vista. Col Bertini ch’era morto da un anno!

Poco dopo essa si fermò dinanzi al portone di casa sua. Stringendogli la mano, disse a Guido che lo aspettava quella sera. Poi salutando anche me, mi disse che se non temevo di annoiarmi andassi quella sera da loro a far ballare il tavolino.

Non risposi nè ringraziai. Dovevo analizzare quell’invito prima di accettarlo. Mi pareva avesse suonato come un atto di cortesia obbligata. Ecco: forse per me il giorno festivo si sarebbe chiuso con quell’incontro. Ma volli apparire cortese per lasciarmi aperte tutte le vie, anche quella di accettare quell’invito. Le domandai di Giovanni col quale avevo da parlare. Ella mi rispose che l’avrei trovato nel suo ufficio ove s’era recato per un affare urgente.

Guido ed io ci fermammo per qualche istante a guardar dietro all’elegante figurina che spariva nell’oscurità dell’atrio della casa. Non so quello che Guido abbia pensato in quel momento. In quanto a me, mi sentivo infe-