Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/143

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complessa; però il mio stesso alto sentimento musicale m’avverte e m’avvertì da anni, ch’io mai arriverò a sonare in modo da dar piacere a chi m’ascolta. Se tuttavia continuo a sonare, lo faccio per la stessa ragione per cui continuo a curarmi. Io potrei sonare bene se non fossi malato, e corro dietro alla salute anche quando studio l’equilibrio sulle quattro corde. C’è una lieve paralisi nel mio organismo, e sul violino si rivela intera e perciò più facilmente guaribile. Anche l’essere più basso quando sa che cosa sieno le terzine, le quartine o le sestine, sa passare dalle une alle altre con esattezza ritmica come il suo occhio sa passare da un colore all’altro. Da me, invece, una di quelle figure, quando l’ho fatta, mi si appiccica e non me ne libero più, così ch’essa s’intrufola nella figura seguente e la sforma. Per mettere al posto giusto le note, io devo battermi il tempo coi piedi e con la testa, ma addio disinvoltura, addio serenità, addio musica. La musica che proviene da un organismo equilibrato è lei stessa il tempo ch’essa crea ed esaurisce. Quando la farò così sarò guarito.

Per la prima volta pensai di abbandonare il campo, lasciare Trieste e andare altrove in cerca di svago. Non c’era più nulla da sperare. Ada era perduta per me. Ne ero certo! Non sapevo io forse, ch’essa avrebbe sposato un uomo dopo di averlo vagliato e pesato come se si fosse trattato di concedergli un’onorificenza accademica? Mi pareva ridicolo perchè veramente il violino fra esseri umani non avrebbe potuto contare nella scelta di un marito, ma ciò non mi salvava. Io sentivo l’importanza di quel suono. Era decisiva come dagli uccelli canori.

Mi rintanai nel mio studio e il giorno festivo per gli altri non era ancora finito! Trassi il violino dalla busta,