Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/174

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Così cominciarono le cure. Ma, subito dopo, l’origine rabbiosa della malattia fu dimenticata e mi fu ora persino difficile di ritrovarla. Non poteva essere altrimenti: io avevo una grande fiducia nei medici che mi curarono e credetti loro sinceramente quando attribuirono quel dolore ora al ricambio ed ora alla circolazione difettosa, poi alla tubercolosi o a varie infezioni di cui qualcuna vergognosa. Devo poi confessare che tutte le cure m’arrecarono qualche sollievo temporaneo per cui ogni volta l’eventuale nuova diagnosi sembrava confermata. Prima o poi risultava meno esatta, ma non del tutto erronea, perchè da me nessuna funzione è idealmente perfetta.

Una volta sola ci fu un vero errore: una specie di veterinario nelle cui mani m’ero posto, s’ostinò per lungo tempo ad attaccare il mio nervo sciatico coi suoi vescicanti e finì coll’essere beffato dal mio dolore che improvvisamente, durante una seduta, saltò dall’anca alla coppa, lungi perciò da ogni connessione col nervo sciatico. Il cerusico s’arrabbiò e mi mise alla porta ed io me ne andai — me lo ricordo benissimo — niente affatto offeso, ammirato invece che il dolore al nuovo posto non avesse cambiato per nulla. Rimaneva rabbioso e irraggiungibile come quando m’aveva torturata l’anca. È strano come ogni parte del nostro corpo sappia dolere allo stesso modo.

Tutte le altre diagnosi vivono esattissime nel mio corpo e si battono fra di loro per il primato. Vi sono delle giornate in cui vivo per la diatesi urica ed altre in cui la diatesi è uccisa, cioè guarita, da un’infiammazione delle vene. Io ho dei cassetti interi di medicinali e sono i soli cassetti miei che tengo io stesso in ordine. Io amo le mie medicine e so che quando ne abbandono